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Riassunto delle puntate precedenti. Anni Settanta, piccolo paese tra i monti dell’Alpago. L’avventura estiva di Giacomo, Francesca e Fabrizio, alla ricerca del leggendario tesoro della Valturcana, si scontra con le difficoltà dell’esplorazione del torrente, la fatica della salita, i pericoli di un ambiente selvatico. Giungono finalmente al “terzo scalino”, dove, secondo la leggenda, i turchi hanno nascosto i loro preziosi. Sono esausti, ma continuano a cercare tra i sassi e le fenditure, un segno del tesoro. Sopraggiunge un forte temporale, la temperatura si abbassa all’improvviso e i tre ragazzini, lontani da casa, sentono di essere in pericolo. Bagnati e infreddoliti trovano rifugio in una baracca isolata.
SESTA PUNTATA
Dobbiamo accendere un fuoco, subito – ha detto Fabrizio e io ho sperato che lo dicesse perché aveva dei fiammiferi con sé. E li aveva: fiammiferi di legno con la capocchia rossa, la più grande invenzione della storia dell’umanità e dei boy-scout, che decidono di portarseli dietro.
Fabrizio ha costruito una piramide di stecchi davanti alla porta socchiusa. Io, con le ginocchia intorpidite, spezzavo vecchi paletti di legno che erano lì, abbandonati in un angolo e glieli posavo di fianco. Francesca ha portato del fieno.
– Dai, dai – diceva Fabrizio al pugno di fieno acceso, che però mandava solo un fumo cattivo.
– Prova con questa – ho detto io porgendogli la mia borsa di plastica VeGé. Fabrizio l’ha strappata e le ha dato fuoco. Una fiamma è partita rapida e ha accartocciato il brandello di nylon. Fabrizio lo ha lasciato cadere sulla piramide dove ha iniziato a bollire. Dopo un po’, dalla piramide, si sono alzate fiammelle leggere e azzurre, poi gialle e infine il fuoco. Il calore ha raggiunto prima le nostre mani spalancate a raggiera, poi le nostre facce e le gambe.
Gran parte del fumo andava verso la porta portandosi via il freddo e i nostri tremori.
Ora avevamo fame. C’erano delle mele verdi su un albero, a poche decine di metri, ma pioveva troppo e nessuno di noi aveva voglia di bagnarsi di nuovo; e poi si stava bene attorno al fuoco. A parte le gambe intorpidite. Ogni tanto qualcuno di noi si alzava per prendere della legna e per sgranchirsi, ma appena si allontanava un poco dal raggio invisibile del calore, sentiva freddo e ritornava con agli altri.
– Il mio quaderno! – ha esclamato all’improvviso Francesca alzandosi in piedi. – Avete visto il quaderno?
Ecco perché non avevamo carta per accendere il fuoco, perché Francesca aveva perduto il suo quaderno dalla tasca dei jeans… Sembravano trascorsi dei giorni dalla mattina afosa, quando eravamo partiti alla ricerca del tesoro dei turchi: il quaderno le era scivolato fuori, in mezzo al bosco, o all’erba del prato.
– Ritorniamo a prenderlo, appena smette ritorniamo indietro a prenderlo – le ha detto Fabrizio a voce bassa. Mentiva, anche se il tono sembrava sincero. Dopo tutta quell’acqua non trovi più un quaderno da leggere, ma una poltiglia, come quella che serve per fare le montagne di cartapesta del presepio.
– Davvero dici che lo troviamo? Cioè, che mi aiuti a cercarlo?
– Appena smette di piovere – ha detto Fabrizio e Francesca si è seduta di nuovo accanto a lui, ancora più vicina di prima.
Se l’intendevano quei due: ti aiuto, davvero mi aiuti? Non ero anch’io della squadra? Non ero anch’io seduto là attorno a quel cavolo di fuoco? Avrei voluto dire a Francesca che il suo quaderno si era disfatto. Volevo anche dirle che Fabrizio non era quello che sembrava, e che lui voleva leggere il quaderno di nascosto per sapere le sue cose segrete.
– Giacomo, sono finiti i bastoni. Il fuoco non si deve spegnere… – mi ha detto Fabrizio, che per bastoni intendeva i paletti per i fagioli che avevamo usato fino a quel momento.
– Provo a vedere di sopra – ho risposto io, pensando che era meglio se mi toglievo da lì.
Mi sono allontanato da loro, dalla luce e dal tepore del fuoco per salire su una scala a pioli e addentrarmi in uno spazio buio tra le tavole e il tetto della baracca.
Il pavimento di assi era impolverato e io ho strisciato ginocchioni facendo attenzione a dove mettevo le mani. Quel posto aveva le carte in regola per essere la tana di tutti i ragni della Valturcana, speravo solo di non trovare bisce o scorpioni.
C’erano delle tavole, una slitta tarlata e il fracasso della pioggia proprio nelle mie orecchie. Un brivido mi ha attraversato la schiena e faceva davvero freddo.
Dalle fessure tra le assi sotto le mie ginocchia, comparivano di tanto in tanto, i bagliori del fuoco. Non sentivo più le loro voci; ho guardato meglio da un’apertura più larga: Fabrizio e Francesca stavano appoggiati uno di fronte all’altro, appoggiati con la fronte… no, con la guancia… no, con le labbra. No! Ho chiuso gli occhi e li ho riaperti. Ho cambiato fessura, e ho pensato che era meglio avere l’incubo della polenta, proprio lì nel sottotetto, con lo scroscio della pioggia nelle orecchie, i brividi lungo la schiena, i ragni e le bisce e gli scorpioni e tutto che mi camminava addosso.
La stava baciando.
Il tesoro dei turchi, mia zia senza denti, il suo mento unto, la spaccatura sul pavimento di cemento, le dita delle mie mani spalancate sulla polvere e la fessura tra le tavole del sottotetto.
Forse però lei non voleva, perché stava alzando le braccia, per allontanarlo… dovevo scendere, dire qualcosa, oppure battere sulle tavole e far cadere la polvere. Invece lo stava stringendo. Lei lo stava stringendo! Fabrizio l’accarezzava sulla schiena: neanche nei film western, quando c’era il bacio finale, il pistolero faceva questo alla sua donna. Fabrizio invece le accarezzava la schiena e lei lo stringeva. Si baciavano. Due di tredici anni lo possono fare? A me non era mai venuto in mente. Poi si sono staccati e Fabrizio ha guardato in su. Io mi sono vergognato e ho tirato via la testa di scatto, andando a sbattere contro la lamiera che è risuonata di un tuono finto, tutto mio, da turulù. Se ci fosse stato un chiodo sporgente sarebbe entrato nella mia zucca vuota come niente e mi avrebbero trovato morto, inchiodato alla trave, con gli occhi nella direzione della fessura a spiare due che si baciavano. Che vergogna.
– Ehi Giacomo, che fai? – ha gridato Fabrizio.
– Non c’è niente quassù, non c’è niente – ho risposto.
– Scendi che forse smette di piovere.
Ho ascoltato la pioggia sulla lamiera, sono sceso e sono andato alla porta con loro, dalla montagna di fronte il cielo si stava aprendo e ritornava la luce. Mi sono sentito come al mattino, quando nel dormiveglia ripensavo ai brutti sogni: il bacio era come un brutto sogno, uno dei peggiori.
Per un po’, nella baracca, nessuno ha detto niente. Il fuoco stava morendo e faceva di nuovo freddo. Poi la pioggia ha smesso, Fabrizio ha rovesciato l’ultima acqua della borraccia sulle braci, siamo usciti e ci siamo avviati verso la strada. Io davanti, loro dietro.
Passando vicino a un albero, Fabrizio è saltato in alto a prendere una mela e quando l’ha staccata sono cadute un’infinità di gocce d’acqua, come una nuova pioggia e Francesca ha riso.
– No, non ne voglio – ho detto a Fabrizio che me ne porgeva una.
Camminavano dietro di me masticando le mele verdi e facendo un casino di morsi e gridolini.
Quel tardo pomeriggio, appena tornato a casa, ho preso le botte. Era da tanto che mia madre non me le dava, sembrava fuori di testa. Per lei ero io la causa di tutta la faccenda, io avevo tirato fuori la storia del tesoro dei turchi e avevo convinto Fabrizio e Francesca a salire lungo il torrente.
– Vergognoso!
Ciaf! Ciaf!
– Cosa ho fatto per meritarmi un figlio simile? Eh?
Ciaf!
– E se succedeva qualcosa a Fabrizio e Francesca, eh?
Ciaf!
Cercavo solo di proteggermi la faccia, dalle botte e dalle lacrime che cominciavano a spingere da sotto le palpebre. Finalmente sono sgattaiolato in camera mia e sono andato a letto, con l’ultima minaccia di mia madre: – E se ti ammali… allora sì che siamo a posto!
A letto ho pianto per il tesoro, per la pioggia e il freddo, per il sogno della polenta, perché ero un turulù e soprattutto perché loro si erano baciati.
Però non mi sono ammalato, Fabrizio e Francesca sì, hanno preso la broncopolmonite, insieme. Così sono rimasto da solo, quella fine d’agosto, ad aspettare che passasse il nervoso a mia madre.
A ottobre, quando hanno riaperto le scuole, Francesca tossiva ancora un po’.
Fabrizio invece stava bene e si era fatto delle nuove amicizie, ragazzi più grandi: parlavano di musica e volevano fondare un gruppo rock. Però nel pulmino che ci portava a scuola, lui e Francesca, continuavano a guardarsi di nascosto. Avrei voluto essere al posto di Fabrizio, senza brutti sogni, con amici grandi e con Francesca che mi guardava dagli ultimi sedili del pulmino. Era uno sguardo che poteva attraversare i vetri, i sedili, il libro di scuola tenuto per finta davanti al naso.
È da allora che cerco il tesoro della Valturcana e sono passati decenni. Ancora oggi dico in famiglia che vado a far legna, e in verità un po’ ne faccio, ma è cercando su e giù per il torrente Valturcana che passo le ore: ribalto lastre di pietra, sposto sassi, scruto negli anfratti. Vorrei trovarlo, e certo, chiamerei la Soprintendenza prima di scavare, però un monile, un pendaglio, un bracciale, qualsiasi cosa che brillasse un po’ la porterei a Francesca, per mostrarle che era tutto vero.
Alle volte invece mi assale un dubbio, e se il tesoro fosse stata quella nostra giovinezza? Da qui, dai mieisessant’anni, so che brilla come una prateria umida di rugiada al mattino presto, prima di essere calpestata.
Ormai Francesca è nonna, e credo non si ricordi nemmeno della nostra spedizione e men che meno di Fabrizio e di quell’espressione, col fischio. Quando ci incontriamo al supermercato, osservo i suoi occhi scuri e profondi: è come se cercassero ancora qualcosa tra le pieghe della vita. E mentre le sorrido, con le borse della spesa in mano, mi dico che sono senza dubbio occhi turchi.
FINE
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“Il Tesoro della Valturcana”: un racconto in 6 puntate di Antonio G. Bortoluzzi
editing Bruna Graziani
grafica Sabrina Girardin
in collaborazione con l’Associazione Amici di Giovanni Comisso
Antonio G. Bortoluzzi è nato nel 1965 in Valturcana, Alpago (BL). I suoi romanzi sono pubblicati da Ed. Biblioteca dell’Immagine, Marsilio, Marsilio Arte, UE Feltrinelli. Ha vinto numerosi premi letterari tra cui il Gambrinus-Mazzotti sezione Montagna e civiltà, e il Premio Latisana per il Nordest, Giuria dei lettori; è docente di scrittura e membro accademico del Gruppo italiano scrittori di montagna (Gism), suoi articoli sono pubblicati su riviste nazionali e sulle pagine culturali dei quotidiani del Nordest.