"La misura del vento" di Nicola De Cilia: camminare nella tempesta per ritrovare se stessi

“La misura del vento” di Nicola De Cilia: camminare nella tempesta per ritrovare se stessi

Prima di parlare del romanzo c’è una premessa da fare. La misura del vento di Nicola De Cilia esce per l’editore romano Exòrma nella collana “quisiscrivemale” che a discapito del nome che ovviamente ha un intento molto ironico, ospita da anni penne del livello di Adrian N.Bravi, Giacomo Sartori e Claudio Morandini. Scrittori che hanno una voce riconoscibile e che sono tra gli esempi migliori di ciò che può offrire il panorama editoriale italiano. Credo che questo romanzo abbia trovato la casa perfetta.
Ci sono romanzi in cui il paesaggio fa da sfondo e altri in cui, poco alla volta, finisce per diventare un personaggio. La misura del vento di Nicola De Cilia appartiene alla seconda categoria. La Scozia dei Cairngorm, le brughiere, la pioggia e soprattutto il vento non sono semplicemente luoghi in cui far accadere una storia: sono una forza che entra nei personaggi e li mette alla prova, che con loro dialoga.
Quando incontriamo Fausto, è già dentro una fuga. Lui, intellettuale che si guadagna da vivere con la forza delle parole è partito per la Scozia con l’amico Stefano, con l’idea di camminare e stare lontano da Marlena, una relazione che ha appena deciso di interrompere. Ma il cammino non produce la liberazione che immaginava. Un temporale, un odore, una montagna riportano alla superficie ciò che vorrebbe lasciare indietro. Il romanzo procede così tra il presente del viaggio e una serie di ricordi e vite che finiscono per convergere nella fattoria di Geoffrey e Maureen. La struttura stessa del romanzo è composta da improvvisi scarti laterali e salti avanti e indietro nel tempo quasi come se cercasse di seguire il flusso dei pensieri di Fausto.

È qui che il libro si allarga. Geoffrey e Maureen hanno trovato l’amore quando pensavano forse di averne già esaurito il tempo; hanno costruito una casa, un lavoro, un giardino, una quotidianità. Intorno a loro, però, le vite delle figlie prendono direzioni imprevedibili. Ci sono troppe strade davanti a noi e alcune di queste sono profondamente sbagliate. June, Kathleen, Emily, Dun e Ross diventano il centro di una storia familiare fatta di fragilità, dipendenze, violenza, perdita e tentativi di ricominciare. De Cilia non li usa per dimostrare una tesi: li osserva mentre cercano, spesso con strumenti insufficienti, di tenere insieme ciò che si sta rompendo.

La cosa che più mi ha colpito è il modo di raccontare il dolore senza trasformarlo continuamente in spettacolo. Nel romanzo accadono cose terribili, ma spesso sono i dettagli a colpire di più: un lavandino davanti al quale qualcuno passa ore a guardare l’acqua girare, una bambina che resta per diciotto ore accanto al corpo della madre, un bambino che si aggrappa al pigiama della nonna mentre dorme. Sono immagini che restano perché non hanno bisogno di essere spiegate.
Come detto anche il tempo è trattato in modo interessante. Non procede soltanto in avanti: torna, si interrompe, si sovrappone. Un gesto compiuto anni prima può riemergere nel presente e cambiare significato. Il passato non è davvero passato, soprattutto per chi porta con sé un lutto o una colpa. Fausto e Geoffrey, pur essendo uomini diversi, sembrano appartenere alla stessa famiglia emotiva: entrambi camminano dentro ciò che hanno vissuto, cercando una misura che forse non esiste.

E poi c’è il vento. Il titolo è una delle chiavi del romanzo. Il vento cambia, sposta, cancella. È una metafora naturale per le relazioni e per le vite dei personaggi, ma De Cilia non si limita a suggerirla: la fa sentire fisicamente. La montagna è raccontata con attenzione quasi tattile. Si sentono il freddo dell’acqua, la fatica del cammino, la pioggia che trasforma il terreno, la difficoltà di orientarsi quando nebbia e neve cancellano ogni riferimento.
Lo stile è limpido e molto attento alle cose. In alcuni passaggi si prende il tempo per guardare un paesaggio o un gesto; in altri lascia che siano gli eventi a trascinare il lettore.
In fondo, il romanzo parla di ciò che non possiamo controllare e di ciò che, nonostante tutto, possiamo ancora scegliere. Fausto parte pensando che basti andare lontano per cambiare. Geoffrey e Maureen scoprono invece che non basta amare qualcuno per salvarlo. Eppure il libro non è disperato. Dentro le sue pagine rimangono la cura, l’amicizia, la possibilità di ricominciare.

Alla fine resta la sensazione di aver camminato a lungo dentro una storia in cui il vento continua a soffiare, senza chiedere il permesso a nessuno. Una storia di fughe e ritorni, memoria e perdita, ma anche della ostinata capacità degli esseri umani di ricominciare a mettere un piede davanti all’altro.
Gianluigi Bodi

L’intervista

[Gianluigi Bodi]: La descrizione dei luoghi geografici, soprattutto del panorama scozzese, ha un grande impatto “visivo” all’interno del romanzo. Qual è il ruolo che hai assegnato all’interno della narrazione ai Cairngorm, al Devil’s point e alla brughiera? C’è una forma di contrasto con le pareti da arrampicata che incontriamo quando il protagonista torna in Italia?

Nicola De Cilia

[Nicola De Cilia]: Il paesaggio scozzese non è solo lo scenario in cui si svolgono i fatti, è a sua volta un vero e proprio personaggio: non si limita a riflettere o amplificare i sentimenti ma sembra quasi contenerli. Sono convinto che corpo, mondo, coscienza risultino profondamente intrecciati: il mondo è frutto di una relazione tra il corpo e le cose. Per questo Fausto, mentre cammina in quel paesaggio, ha la sensazione di “toccare” la vita, per questo desidera diventare roccia, erba, sabbia, perché sa che è in atto una perenne metamorfosi, fuori e dentro di sé. E quindi, non c’è alcun contrasto con le pareti da arrampicata che troviamo in Italia perché, anche se in scala minore, vale lo stesso scambio tra paesaggio e coscienza.

Fausto è un uomo che sembra arrivare in Scozia per allontanarsi dalla propria vita, ma finisce per entrare nelle vite degli altri. Quanto è cambiato il personaggio di Fausto durante la scrittura?

L’idea del romanzo è nata tra il 2019 e il 2020, e inizialmente la storia era ambientata solo in Scozia, nella famiglia di Geoffrey e Maureen. Ma dopo aver scritto alcuni capitoli, mi ero fermato. Succede. Due anni dopo, ho avuto l’idea di inserire a mo’ di contrappunto la vicenda di Fausto e da allora la storia è decollata. Il romanzo è il frutto di tre riscritture: nella prima stesura, in cui facevo parlare Fausto in prima persona, la parte “scozzese” e la parte “italiana” erano giustapposte, ma mi è stato fatto notare che era necessario farle dialogare tra loro, rendendo le situazioni meno statiche, drammatizzandole. Sembrava quasi ci fossero due Fausto: quello “scozzese” che osserva e di cui si sa poco o nulla, inizialmente, e quello “italiano” che vive la storia d’amore con Marlena. Nella seconda stesura ho quindi lavorato per “ricomporre” il personaggio di Fausto, dando più spazio a lui e alla sua storia con Marlena fin da quando cammina nelle montagne scozzesi, aumentando i dialoghi e inventando diverse scene che servivano a rendere più mossa la narrazione. La terza stesura per certi versi, è stata la più radicale: innanzitutto sono passato dalla prima persona alla terza, e poi sono intervenuto sul montaggio – temporale e spaziale – e sullo stile, scegliendo di utilizzare per esempio, sempre e solo (o quasi) il tempo presente, come se il tempo non esistesse, o risultasse sospeso in un presente continuo che sembra riavvolgersi su di sé. In tutto questo, il personaggio di Fausto è quello che ha subito le maggiori mutazioni, perché se la voce narrante in prima persona lo rendeva ridondante a volte, troppo sicuro di sé, ora risulta meno sentenzioso e meno compiaciuto di sé.

Geoffrey e Maureen portano nel romanzo una storia familiare segnata dal dolore e dalla perdita. Perché hai scelto di affidare proprio a una coppia anziana una parte così importante della storia?

A monte c’è una poesia di Dylan Thomas dedicata al vecchio padre, in cui lo supplica, quasi, “di non entrare lieve in quella buona notte” ma di “ribellarsi, ribellarsi alla luce che si estingue”. Ecco, l’idea, che poi è centrale e trasversale nel romanzo, è proprio quella di una ribellione contro il tempo, quel tempo che corrode come ruggine ogni nostro affetto, ogni nostro sentimento, ogni nostra certezza, sprofondandoci in un “presente imperfetto”. Scegliere una coppia anziana come protagonista rende la lotta contro il franare del tempo più disperata ma al contempo, ancora più necessaria e commovente. E rende l’amore più potente nel momento stesso in cui lo rivela in tutta la sua fragilità.

Nel romanzo ci sono lutti, tragedie familiari e rapporti che sembrano non potersi ricomporre. Ti interessava raccontare il dolore oppure, più precisamente, ciò che le persone fanno del proprio dolore?

No, non mi interessava raccontare il dolore in sé, mi sarebbe sembrato quasi “pornografico” o perlomeno morboso. Mi interessa molto di più come le persone reagiscono al dolore, come lo superano o come ne sono divorate a volte. La sofferenza è un’esperienza che, prima o poi, tutti devono attraversare, a volte è una sorta di apnea e si torna in seguito a respirare, altre volte è una stanza buia che sembra non avere né porte né finestre. A volte può essere dirompente, a volte è un basso di bordone che, magari in sordina, scandisce i tempi della nostra vita. Centrale nel romanzo è il tema del lutto, dell’assenza, della mancanza, e vale per Geoffrey, Maureen e anche Fausto. Ognuno di loro reagisce in modi diversi, ognuno di loro cerca di colmare questo vuoto con gli strumenti che ha a disposizione: dedizione, eros, lavoro…

La famiglia nel romanzo sembra essere contemporaneamente un luogo di appartenenza e una fonte di ferite. È anche questa un’ambivalenza che ti interessava esplorare?

Senza dubbio: la famiglia è un po’ come la democrazia, una forma imperfetta, ma allo stato attuale resta la migliore tra quelle sperimentate finora. In realtà, la famiglia, come molte altre istituzioni umane, nel corso del tempo e delle diverse culture umane, ha assunto ruoli, spazi e significati molto diversi. A me interessava raccontare una sorta di “sacra famiglia”, eroica e al tempo stesso bislacca, come la definisce Fausto, che è quella di Geoffrey e Maureen e i loro tre piccoli nipoti: un tentativo di arginare il male e il dolore e restituire ai tre ragazzini uno spazio in cui crescere amati e protetti. Per loro, lo spazio famigliare è come il giardino di Maureen, un tentativo di arginare il caos del mondo e creare una sorta di armonia, fragile ma pur sempre armonia. A fare da contrappunto, c’è Fausto che potrebbe ripetere con André Gide, “famiglie io vi odio”: Fausto fatica a vivere la dimensione familiare perché incapace di venire a patti con la quotidianità: la sua inquietudine si traduce in una forma di irrequietezza, una forza centrifuga che lo costringe a cercare altrove la sua felicità, in una tensione che si autoalimenta e si ripropone continuamente. Un uomo forse troppo innamorato della vita che ne è rimasto deluso: di tutti i sogni, di tutto il furore, gli è rimasta solo una sorta di rabbia contro il mondo; la storia d’amore con Marlena è la ricerca di un’utopia in contrasto con ogni idea di famiglia, il tentativo di restituire spazio al desiderio che rimane pur sempre il motore principale dell’esperienza umana.

Nicola De Cilia – La misura del vento
Editore: Exòrma
Data di pubblicazione: 11 settembre 2026
Lingua: Italiano
Lunghezza stampa: 192 pagine
ISBN-10: 8831461893
ISBN-13: 978-8831461894
Peso articolo: 192 g
Dimensioni: 12.2 x 1.3 x 18.8 cm

Nicola De Cilia con Uno scandalo bianco (Rubbettino, 2016) è stato finalista al Premio “Giuseppe Berto”. Ha pubblicato inoltre Pedagogia della palla ovale (Gli Asini 2015); Saturnini, malinconici, un po’ deliranti e Geografie di Comisso. Cronaca di un viaggio letterario (Ronzani, 2018 e 2019); Giovanni Comisso. Un invito alla lettura (Digressioni, 2021).
Ha curato il saggio di Renato Serra Esame di coscienza di un letterato (Efesto, 2025). Ha collaborato con le riviste di Goffredo Fofi sin dagli anni Novanta. Ha curato l’antologia sui reportage di viaggio di Giovanni Comisso, Viaggi nell’Italia perduta (2017) e due libri di Nico Nal­dini, Alfabeto degli amici (L’Ancora del Me­diterraneo, 2004) e Come non ci si difende dai ricordi (Cargo, 2005).

Immagine in evidenza generata con Google Gemini © Redazione premiocomisso.it

Share