Il kintsugi della storia. "Amalia, l'obliqua": recensione del romanzo di Emanuela Canepa e conversazione con l'autrice

Il kintsugi della storia. “Amalia, l’obliqua”: recensione del romanzo di Emanuela Canepa e conversazione con l’autrice

Appena terminata la lettura di “Amalia, l’obliqua” ho sentito la necessità di instaurare un dialogo con l’autrice Emanuela Canepa su quello che gli inglesi chiamano “The art of crafting”. Il motivo è molto semplice, mentre leggevo l’ultimo lavoro della scrittrice, romana di nascita e padovana di adozione, mi sono posto innumerevoli domande su quali siano gli elementi costitutivi della traiettoria artistica di questa scrittrice. Mi sono chiesto se lei vede davanti a sé delle scelte, intersezioni stradali da contemplare per poi scegliere la strada da prendere. “Amalia, l’obliqua” è il quarto romanzo di Emanuela Canepa e rispetto ai tre precedenti c’è, a mio parere, un cambiamento molto marcato. È pur vero che il precedente “Resta con me sorella” era a tutti gli effetti un romanzo storico visto che mostrava la condizione delle donne a ridosso della Seconda guerra mondiale e raccontava con dovizia di particolari la vita e la società di quel periodo a Venezia, ma al termine di quel romanzo che forse, lo si può dire con senno di poi, era presente un momento trasformativo della carriera dell’autrice. Dopo “Resta con me sorella” ci si poteva aspettare un ritorno alle origini oppure un passo verso una nuova direzione. È grazie alla vita di Amalia che Emanuela Canepa si lascia totalmente andare al romanzo storico e l’impressione che ho e che lei si senta davvero a proprio agio in questo oceano creativo.

Amalia Guglielminetti, poetessa e scrittrice italiana, nonché fine intellettuale, vissuta a Torino tra il 1881 e il 1941 è una di quelle figure del panorama letterario italiano più ingiustamente dimenticate. Spesso la prima cosa che nelle conversazioni viene a galla è che è stata l’amante/amica di Guido Gozzano e poco più. Basta prendere un qualsiasi libro di letteratura italiana delle medie o delle superiori per rendersi conto che la presenza di autori maschili è di numero estremamente maggiore rispetto a quella delle figure femminile. Amalia finisce in questo dimenticatoio.

Il romanzo di Emanuela Canepa affronta solo in parte la carriera letteraria della poetessa torinese e si sofferma invece molto sulla personalità di questa donna affascinante, capace di ammaliare ancora dopo tutto questo tempo. Amalia era una persona intelligentissima, acuta osservatrice, ma era anche una donna mondana, una a cui non sfuggivano i particolari dell’etichetta della nobilità piemontese. In lei convivavano tradizione e modernità. Amava essere al centro dell’attenzione, amava sedurre. Una seduzione che era quasi un bisogno primordiale. Aveva la necessità piacere a tutti, anche se poi era lei stessa a decidere che persone tenere al proprio fianco e quali invece lasciare nelle retrovie a contendersi una briciola della sua attenzione. Emanuela fa un lavoro straordinario che a me ha ricordato molto l’arte giapponese di riparare gli oggetti rotti che chi chiama Kintsugi. In questo tipo di arte, il vasellame che ha subito delle rotture, viene riparato con una lacca naturale mescolata all’oro. Il risultato di questa riparazione dà un oggetto nuovo, con una storia alle spalle e un futuro davanti a sé. Emanuela Canepa fa questo: raccoglie le fonti storiche, spulcia gli archivi, il materiale fotografico, le corrispondenze, i diari e le incolla assieme usando la propria creatività e immaginazione. Il risultato di questo lavoro è un racconto estremamente plausibile della vita di Amalia Guglielminetti al punto che risulta difficile distinguere le fonti storiche dagli eventi inventati, sembra sempre di trovarsi davanti a un racconto narrato in presa diretta mentre i fatti si svolgono davanti agli occhi della scrittrice. Questo è uno dei motivi per cui ho trovato la lettura di “Amalia, l’obliqua” così convincente e appagante.
La figura della poetessa torinese ci viene consegnata in tutto il suo splendore.
Sia chiaro, il ritratto che Emanuela Canepa ci fornisce non vira completamente verso la luce. Ci sono delle sfumature oscure nel carattere di Amalia, un’autocommiserazione strisciante che a volte sembra un comportamento di maniera per attirare su di sé l’affetto delle persone – e quindi ecco ancora un briciolo di quella seduzione di cui parlavo prima -, un senso di vendetta nei confronti di chi l’ha messa all’angolo e portata al declino finale.

In “Amalia, l’obliqua” ci vediamo mostrato il rapporto con Guido Gozzano, un rapporto altalenante in cui Gozzano a un certo punto sembra venire travolto dall’onda impetuosa della passione di Amalia e se ne spaventa. Vediamo anche il tragico rapporto con Pitigrilli (pseudonimo di Dino Segre) che sembra risucchiare tutto il possibile dalla vita di Amalia per poi rivoltarsi contro di lei diventando quasi il cattivo di un film di serie B. Canepa ci racconta inoltre il rapporto con le altre intellettuali del suo tempo, per esempio con Matilde Serao, un rapporto mescolati di invia e rispetto reciproco.

Amalia Guglielminetti è stata una persona dalle innumerevoli sfaccettature e questo Emanuela Canepa ce lo mostra benissimo, non solo nel racconto vero e proprio, ma anche con un ulteriore espediente tecnico. Tra i vari capitoli che compongono questo romanzo ci sono degli inserti intitolati “La forma dell’ossessione” in cui la stessa scrittrice ci racconta parte del processo di avvicinamento al personaggio Guglielminetti. Non è stato un processo liscio e privo di sbalzi, anzi, è stato un tiramolla continuo, un avvinarsi e allontanarsi costante. Pur essendoci qualcosa nello sguardo della poetessa che l’attirava, dall’altro c’erano degli elementi della sua storia che sembravano respingerla. Non posso sapere quale sia la conclusione a cui è giunta Emanuela Canepa, ma dal risultato del libro che ho appena terminato di leggere mi viene da dire che lei abbia trovato una giusta distanza tra sé e Amalia per poter raccontare la storia di questa poetessa che non ha avuto tutto il successo che avrebbe meritato e che, come lei stessa dice di sé “Ho desiderato moltissimo, ho avuto quasi tutto, e quasi tutto mi è stato tolto”. Emanuela Canepa ci dimostra che si può raccontare la storia di una persona senza per forza doverla idolatrare, ma ci mostra anche che l’elemento fondamentale è il rispetto e una forma di ammirazione equilibrata. Solo in questo modo si può fare un buon servizio ad Amalia. Lei stessa sapeva che nonostante gli sforzi di piacere al maggior numero di persone non era realistico pensare di essere, per tutti, un esempio da seguire.

“Amalia, l’obliqua” è un romanzo che si colloca perfettamente nel mezzo tra un romanzo e una biografia e mi auguro possa contribuire a rinfocolare un movimento di riscoperta di questa autrice.

Per concludere, ho sempre avuto l’impressione, leggendo i precedenti lavori di Emanuela Canepa, che questa scrittrice avesse una capacità innata di fondersi con la materia letteraria che stava trattando. Nel caso di “Amalia, l’obliqua” questa sensazione ha avuto una conferma. Canepa sa modulare la propria voce pur adattandola di volta in volta a ciò che sta scrivendo e il risultato è quello di un romanzo in cui l’autrice è riconoscibile, ma mai invadente, pur essendo stata in grado di plasmare un romanzo che ha un’aura da inizio Novecento in grado di restituirci un meraviglioso affresco di quell’epoca che arriva fino alla Seconda Guerra Mondiale.
Gianluigi Bodi

L’intervista

[Gianluigi Bodi]: In un romanzo di questo tipo, così in bilico tra finzione e romanzo storico con fonti documentate quali sono state le maggiori difficoltà che hai incontrato?

[Emanuela Canepa]: Forse la peggiore è stata far pace con una spudoratezza di fondo che ho scelto di esercitare in libertà, anche se è stata l’esito finale di un lavoro di ricerca condotto nel modo più scrupoloso possibile. La parte di raccolta della documentazione mi ha preso molto tempo, circa un anno e mezzo. Uno dei miei crucci più grandi è il fatto che a volte qualcuno sfogliando il libro scambia per bibliografia quello che è in effetti solo l’elenco dei testi da cui sono tratte le citazioni nel romanzo (elenco obbligatorio per la legge sul diritto d’autore, che giustamente impone di citare sempre la fonte). Quell’elenco non è altro, appunto, che l’insieme delle fonti da cui sono tratte le citazioni. La bibliografia che ho consultato – che invece non c’è e non deve esserci perché non è un saggio – è molto più ampia di così, come credo dovrebbe sempre essere quando si lavora su materiale storico, a maggior ragione se, come in questo caso, ci si occupa di qualcuno realmente vissuto. Quando però arriva il momento della saturazione, quando senti cioè che il carattere che preme per uscire attraverso la scrittura diventa più forte dell’obbligo a colmare i vuoti della sua esistenza, allora devi provare a fidarti. Non ho avuto molti scrupoli a immaginare episodi che nella realtà non sono verosimilmente avvenuti. Mi sono approssimata al vero fin dove le prove potevano portarmi, ma arrivata a quel punto mi sono sentita legittimata a procedere sulle mie gambe.

È evidente da quello che la Emanuela Canepa scrittrice che si rivolge al proprio pubblico di lettori scrive negli inserti che hai intitolato “La forma dell’ossessione” che il rapporto tra te è Amalia è burrascoso. Puoi raccontarci un po’ quali sono gli aspetti della sua personalità che più contribuivano a respingerti e perché, nonostante tutto, ha voluto scrivere la sua storia?

L’attitudine di Amalia che ho scontato di più è stata la contraddizione tra la dotazione intellettuale e le scelte di vita. Perché era intelligente, anticonformista, libera, urticante, sdegnosa, non certo a disagio all’idea di essere adorata, ma è rimasta invischiata in più di una storia d’amore che non era all’altezza del suo talento. Pitigrilli, soprattutto: faccio fatica a capire che quest’uomo possa aver avuto tanto potere su di lei (o su chiunque, se è per questo).
Certamente non mi ha ben predisposto nemmeno sapere che Amalia fece la scelta di compiacere blandamente il fascismo. Ma soprattutto mi dispiace che una donna che amava così profondamente la poesia abbia scelto di rinunciare a farne. Nessuno può dire davvero perché, ma è difficile sottrarsi al sospetto che sia accaduto perché aveva lasciato che la storia dolorosa con Gozzano la inaridisse. L’idea di una donna che rinnega il suo talento per l’amore mancato di un uomo mi mette a disagio. E’ una rinuncia grave. Ma è altrettanto vero che la sua parabola esistenziale è stata frutto esclusivo della sua volontà, con tutti gli inciampi del caso. Mi pare che questa sia sempre una premessa interessante.

Quali sono state le tue fonti di ispirazione? Ci sono dei romanzi che hai preso come punto di riferimento per modellare “Amalia l’obliqua”?

Può sembrare strano ma è stato Carrere in Limonov, un personaggio diversissimo da Amalia. I due hanno in comune solo una cosa: sono davvero difficili da ridurre alla coerenza. Ed è questo, mi pare, a renderli estremamente interessanti. Perché la letteratura non dovrebbe mai emettere sentenze. Identificarsi, comprendere, giudicare, empatizzare sono senz’altro dimensioni lecite leggendo un romanzo, che però non dovrebbero esaurirlo. Spero che quel che è successo a me mentre scrivevo possa essere l’esatto riflesso di quel che accadrà a chi legge, e cioè guardare ad Amalia pensando: non sempre capisco ciò che fai, non necessariamente empatizzo con te, ma sono curioso di osservare da vicino la tua vita perché un personaggio interessante si decide sugli scarti, non sulle concessioni all’esemplarità. Che poi per paradosso mi pare lo stesso meccanismo alla base dell’empatia. Se ti piacciono solo quelli che ti somigliano secondo me sei più vicino alla polarità del narcisismo che a quella della vera generosità. È quando mostri interesse per qualcuno distantissimo da te che stai forzando un limite. I romanzi non sono fatti per stare comodi, per quello ci sono i divani.

Leggendo “Amalia, l’obliqua” mi sono fatto l’idea che il romanzo storico sia uno spazio in cui tu ti senti bella comoda. Quali sono le caratteristiche che più ti piacciono e ti interessano di questo genere letterario?

Non c’è un solo passaggio nella scrittura di un romanzo storico in cui non mi diverta enormemente. Oggi faccio fatica a capire come posso averne scritti di tipo diverso. Immagino che abbia a che fare con la mia storia personale. La mia crescita emotiva è passata soprattutto attraverso i libri. Sono stati fonte di esperienza, non di riflessioni puramente concettuali, e tra le più profonde che ho provato. Il passato, a differenza del presente, implica sempre l’accesso attraverso il diaframma dello studio, non puoi entrare direttamente come accade invece in un romanzo contemporaneo ambientato in un contesto che conosci bene. Passare attraverso i libri per me è sembra varcare la soglia di casa.

“Emanuela Canepa – Amalia, l’obliqua”
Editore: Guanda
Data di pubblicazione: 25 agosto 2026
Lingua: Italiano
Lunghezza stampa: 256 pagine
ISBN-10: 8823536928
ISBN-13: 978-8823536920
Peso articolo: 290 g
Dimensioni: 14.1 x 2.5 x 21.7 cm

Emanuela Canepa è nata a Roma e vive a Padova dal 2000. Nel 2017 ha vinto la XXX edizione del Premio Calvino con il romanzo “L’animale femmina“. Ha inoltre pubblicato “Insegnami la tempesta” (2020) e “Resta con me, sorella” (2023).

Immagine in evidenza e a corredo dell’articolo generate con Google Gemini © Redazione premiocomisso.it

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