“A due passi dal fronte” di Luigi Urettini

Il diciannovenne Giovanni Comisso frequentava nel 1914 il «salotto» di Nevra Garatti, eccezionale donna intellettuale e scrittrice, dichiaratamente lesbica, nella cui casa si davano convegno i giovani «più intelligenti» della città. Tra questi vi era Arturo Martini (classe 1889), giovane scultore ancora sconosciuto, il ventiduenne Mario Bergamo, capo carismatico dei repubblicani mazziniani, e la sua combattiva fidanzata (presto moglie) Linda Garatti, cugina di Nevra.

Scrive lo storico Luigi Urettini:

Nel dicembre 1914 Arturo Martini era partito con il pittore Gino Rossi per Parigi. A vivere «in stanze abbandonate dai pittori richiamati alle armi». Comisso annota nel suo taccuino:

Martini è partito lieto e forte come una cosa giovine. Egli è partito verso la vita. Il treno nero, veloce, portò via la sua bella anima. Io guardavo dietro, pieno di desideri. Anch’io partirò.

Anche Comisso partirà, ma non per Parigi. Bocciato agli esami di maturità, nel dicembre 1914 si era arruolato come «volontario per un anno» nel 30 Genio telegrafisti di stanza a Firenze.

Come egli stesso ricorderà, «pagando mille lire si aveva la facoltà di scegliere l’arma e si sarebbe dovuto fare solo un anno di vita militare».

Nulla di patriottico quindi nel suo «arruolarsi volontario», anche se nel dopoguerra cercherà di spacciarsi per “combattente volontario”. L’entrata in guerra dell’Italia era stata infatti un «accidente»da lui, e dai suoi genitori, non previsto.

Inizia così un voluminoso epistolario con i suoi genitori, che durerà per tutto il periodo della Grande Guerra.

L’epistolario è composto dalle lettere che i genitori, appartenenti alla media borghesia trevigiana, scrivevano al loro figlio ventenne, destinato a diventare uno scrittore di successo, autore di un libro famoso, Giorni di guerra, pubblicato nel 1930.

Lo stato d’animo del giovane Comisso al fronte, le preoccupazioni dei suoi genitori, l’ombra della censura, le desolanti condizioni di Treviso  città bombardata, la guerra che sembra non dover finire mai…solo alcuni dei temi affrontati nello scritto di Urettini che vi proponiamo in lettura.

La prima lettera, scritta dalla madre, a nome anche del padre, racconta Urettini, porta la data del 25 aprile 1915, e detta a Giovanni le norme alle quali deve attenersi durante la guerra, che si prevede «breve e vittoriosa».

 

 

 

In questa lettera ci sono molti dei temi che troveremo nell’epistolario; per lo più le lettere sono scritte dalla madre.

Giovannin, o Ninnin, come spesso è affettuosamente chiamato, viene ancora considerato, malgrado i suoi vent’anni, un “figlio di famiglia”, bisognoso di tutte le cure e attenzioni che una  mamma di ceto borghese può dargli.

Un avvertimento però ricorre più volte:

Non scriverci niente niente di ciò che riguarda la guerra, scrivici solo se stai bene, questo ci preme e ci basta.

È questo un elemento da tener presente nell’analizzare la corrispondenza tra i genitori e Giovanni: la coscienza che le lettere non sono lette solo da loro, ma vi è un “terzo incomodo”, un estraneo, il censore, che le legge e le giudica. Il loro contenuto è pertanto influenzato da questa presenza, invisibile, ma reale.

Nelle loro lettere i genitori descrivono la vita che si svolge a Treviso, divenuta ormai una «città di retrovia».  La provincia di Treviso era infatti stata dichiarata «zona di guerra», ed erano pertanto state sospese molte libertà personali.

I mesi passano e il conflitto bellico si inasprisce: il 18 aprile 1916 per la prima volta Treviso sarà bombardata da idrovolanti austriaci. La città, importante nodo ferroviario, sarà una delle città più bombardate durante la Grande Guerra.

La maggior parte delle lettere in questo periodo, prosegue lo storico, sono tuttavia scritte dalla madre Claudia, che parla delle sue angosce per il figlio in guerra, per la morte di tanti giovani e le distruzioni delle città. Sono ormai lontani i tempi dell’entusiasmo per una guerra che si riteneva «breve e vittoriosa»

Del nuovo anno, il «fatale 1917», abbiamo solo cinque lettere,scritte dalla madre; tutta la corrispondenza a Giovannin deve essere andata perduta durante la sua ritirata da Caporetto.

Arrivato a piedi a Treviso – racconta Comisso in Giorni di guerra –davanti alla porta Mazzini [ora San Tommaso] trovai un drappello di cavalleria, che impediva di entrare a tutti quelli che provenivano dal fronte. Non mi fu difficile scavalcare le mura in un punto che conoscevo e subito corsi a casa. Suonai più volte, tutte le imposte erano chiuse, i miei erano partiti. La maggiore parte degli abitanti era stata allontanata. Alla stazione l’ultimo convoglio era stato quello dei pazzi. Le strade erano deserte, i negozi chiusi. Qualche borghese passava frettoloso e spaurito.

 

Giovanni con il Comando della sua Divisione si stabilisce in città; gli ufficiali all’hotel Stella d’Oro e lui nella sua casa, che sorgeva lì accanto.  Descrive anche le condizioni di Treviso, divenuta ormai «città di retrovia».

Treviso assume nella sensibilità di Comisso l’aspetto di una “città metafisica”, ben lontana da quella quotidianità borghese che lo opprimeva.

Nel gennaio 1918 Giovanni Comisso viene trasferito con la sua compagnia nella zona del Grappa, ma al sicuro, «dietro a montagne».

Ogni tanto ritorna a Treviso, colpita da sempre più feroci bombardamenti, per controllare le condizioni della sua casa:

Sono stato fermo a Treviso un giorno e ò trovato la casa con i seguenti vetri rotti: quelli del corridoio tutti e il telaio pure di netto; quelli della sala d’entrata, quella bella lastra della porta del tinello che mette sulla corte e qualche altro qua e là, per il resto nessun altro danno. Le bombe son cadute una sulla casa di Buffo ed à portato via il cornicione,e l’altra in piazza Fiumicelli, ma senza esplodere.

 

Fine della Grande Guerra a Vittorio Veneto

 

 

La prima lettera dei genitori conservata nell’archivio di Giovanni è della madre, in data 30 giugno 1918, dopo quindi la sanguinosa battaglia del Piave, o del Solstizio, che segna ormai le sorti della guerra.

I suoi genitori rimangono particolarmente indignati dal modo freddo e sbrigativo con il quale Giovannin commenta la fine della guerra:

Miei carissimi, ecco finita anche questa guerra. È come se si fosse chiuso un libro. Non vedremo più certe cose, né più ne sentiremo altre. Io più che a questa gioia mi occupo del mio stato. La guerra è stata per me un limbo: un periodo di sospensione. Ora occorre che io prenda il mio bastone e la mia via.


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