"Bancarelle e muriccioli" di Giovanni Comisso

Bouquinistes, bancarelle e muriccioli. Il fascino dei libri usati

Quando vivevo a Parigi mi era sempre gradito passeggiare lungo la Senna e osservare le casse ferrate dei bouquinistes. Le foglie degli alberi cadevano sui vecchi fogli, sulle vecchie stampe. Mi interessava la superficie della cosa, la distribuzione degli oggetti, i colori, i tipi romantici dei bouquinistes, il senso del tempo che ne emanava, ma non mi sono mai pensato di cercare o scoprire qualche edizione rara. Io non ho mai avuto amore per le edizioni rare. Apprezzo e stimo coloro che si affannano per esse, ma non sarei capace come monsieur Silvestre Bonard di fare un viaggio da Parigi ad Agrigento per ricercare un’edizione preziosa. Indubbiamente questo dipende dal fatto che io non ho una biblioteca e che non ho stabile dimora. Io possiedo un solo libro, il vocabolario del Tommaseo; i libri che mi arrivano in omaggio li passo tutti (dopo averne tagliato le pagine e dopo una lettura più o meno intensa) in secondo omaggio ad una mia amica.

Le “bouquinistes” (foto di Jebulon, Wikipedia)

Io sono molto egoista, i venditori di libri mi interessano solo in quanto vendono i miei libri. Per le mie necessarie letture mi servo di amici o delle biblioteche. In Italia non ho fatto mai caso se esistano dei bouquinistes: mi pare di averne veduto uno a Milano in un passaggio presso piazza dei Mercanti, ma forse lo confondo con una bancherella di libri vecchi messasi in vigore nell’occasione d’una Festa del Libro. A Genova ricordo di aver sostato davanti alla bancherella di piazza Banchi ma solo perchè indotto da Stella Nera che lui si ci si gode a frugare tra le cartacce e sarebbe capace di scrivere su di esse deliziosamente.

Foto di Eveline de Bruin da Pixabay

A Roma conosco una vecchia libreria, una libreria antiquaria, che certamente non è né bancherella nè muricciolo, ma il suo padrone mi pare rientri molto nel tipo dei bancherellai. Non l’ho scoperta io, mi ci ha condotto Longanesi. Questa libreria mi ha fatto l’impressione che ospitasse il grande patriarca dei bancherellai: è costui un vecchio dalle mani venose, dalla bianca barba, dalle tempie che segnano l’osso, un mirabile San Gerolamo tizianesco. Sovente tiene sulle ginocchia un gatto che accarezza, o meglio, come dice Baudelaire, che si accarezza. Mentre parla di libri o tratta di vendere entra la sua serva e gli riversa sulla tavola la spesa: magnifici funghi rossi o verdeggiante lattuga. Quest’uomo non è un muricciolaio perché dovrebbe occupare con i suoi libri tutti i muriccioli da Ripetta a Castel Sant’Angelo, non è bancherellaio perchè dovrebbe colle sue bancherelle occupare tutta piazza Venezia, ma il suo aspetto e la sua anima sono quelli proprio del più autentico bouquiniste, caro a Franco. È un bassanese disceso a Roma molti anni fa ed ha raccolto presso di sè libri vecchi e rari, che egli prima si legge per suo conto ed ama, e poi può darsi che venda, secondo l’umore. Egli è bouquiniste e amatore di libri. Situazione dolorosa e contrapposta, giacché chi ama i libri vecchi difficilmente se ne priva. Così il vecchio libraio sovente risponde che il tale libro non lo vende o perchè ancora non lo ha letto o perchè gli piace tenerselo.

Nella mia città di Treviso, c’è invece un bancherellaio nobilissimo egli pure nella sua professione, ma tutto l’opposto del bassanese di Roma, egli non legge uno solo dei libri che tiene in mostra, di essi legge solo i titoli. Situazione questa che ho provato io pure quando organizzai la libreria dell’Esame a Milano; a forza di maneggiare libri, di spostarli da uno scaffale all’altro come fossero mattoni, di impacchettarli e accatastarli colla fretta commerciale necessaria, avevo finito col non più sentirli come urne del pensiero e dello spirito, ed io pure moltissimi li conoscevo solo per aver letto il titolo o per sentito dire. Il bancherellaio trivigiano è ospitato nel più antico monumento della città: la Loggia dei Cavalieri, dove fu ucciso Ricciardo da Camino, figlio del buon Gherardo, amico di Dante, mentre vi giuocava a scacchi.
Questo bancherellaio è di Pontremoli, della Garfagnana, e appartiene ad una grande famiglia di bancherellai: i Tarantola. Il motto di questa famiglia è: «Chi non è Tarantola non è libraio». Il nonno di costui fu il capostipite e il primo ad occuparsi di quest’arte. Scese tenace dalla Garfagnana con una cassetta a tracolla, vendendo libri e lacci da scarpe, il commercio venne fondato coi Reali di Francia, Genoveffa e Bertoldo. Camminava, batteva i mercati, i piccoli figli lo seguivano, poi questi si diedero a girare per loro conto, il commercio fece progressi, dalle cassette passarono alle bancherelle e figli e nipoti si diramarono in tutta l’alta Italia, a Monza, a Cremona, a Padova, a Venezia, a Treviso, ad Udine e in innumerevoli altri posti. Tanti Tarantola discesero dal vecchio garfagnino e altrettanti furono librai, all’aperto.
Questi della Loggia dei Cavalieri è un uomo forte, fiero ex combattente, rosso in volto, un tipo alla Holbein, disegnato con precisione, con due piccoli Tarantola sempre attorno pronti ad essere scaglionati in osservazione nei momenti di maggior ressa attorno alla sua duplice bancarella, decisi fin da ora a fare pur essi i bancarellai.
Fischi il vento o turbini la neve è di servizio davanti ai suoi libri. Ma la mia simpatia per il Tarantola trivigiano si è stabilita dopo questo fatto.
Un giorno mentre stava parlando con me avvenne che un ragazzo sbucato da dietro una colonna si avvicinò inavvertito al reparto dei libri di Salgari e, presosi “Le tigri di Mompracem”, nascose la preda sotto alla mantellina e tentò di squagliarsela, ma egli lo vide e lo prese per un braccio: «Rimetti a posto quel libro — gli disse, e poi soggiunse: — Ti piace leggere?» e non attese la risposta del ragazzo spaurito e sicuro di essere consegnato ai carabinieri: «Bene, prendi questo libro, e fila» e gli regalò un libretto da poche lire. Poi si rivolse a me: «Vede, io non posso vedere chi ruba, ma se rubano un libro, è un furto che mi piace anche se dovessi subirlo io». Poi volle soggiungere: «In misura adeguata, si capisce, perchè lei lo sa che ho dei figli da mantenere».

Giovanni Comisso

Pubblicato sulla Gazzetta del Popolo del 27 marzo 1935 con il titolo “Bancarelle e muriccioli”.

Immagine in evidenza: “A stand of a bouquiniste” (foto di Benh Lieu Song, Wikipedia)