indietro | puntata 1 | puntata 2 | puntata 3 | puntata 4 | puntata 5 | puntata 6 | avanti
Riassunto della puntata precedente.
Anni Settanta, piccolo paese tra i monti dell’Alpago: Giacomo è un ragazzino che conosce la leggenda del tesoro della Valturcana, la stessa valle in cui ha vissuto da bambino. Un giorno d’agosto ne parla con Francesca, la sua vicina di casa, una ragazzina dagli occhi scuri che tiene un diario segreto. Dalla grande città di Torino arriva nel paese montano un ragazzino che sa un sacco di cose, indossa scarpe da ginnastica rosse e si chiama Fabrizio.
SECONDA PUNTATA
Il ricciuto, chiamato Fabrizio, mi ha raggiunto correndo sulle sue formidabili scarpe da ginnastica rosse. – Tieni – ha detto porgendomi due palline di plastica bianca e dura, striate di rosa come il marmo dell’altare della chiesa. Erano attaccate a due cordoncini di lunghezza uguale.
– A che servono? – gli ho chiesto.
– Ti faccio vedere – ha risposto Fabrizio e ha afferrato lo spago tra indice e pollice dove c’era un nodo. Le due palline pendevano immobili e non mi pareva un gran gioco.
– Attento, eh! – ha detto distanziando una palla dall’altra e lasciandola poi andare. Ho sentito come un rumore d’ossa quando si scontrano. Poi muovendo il polso su e giù le ha fatte sbattere più forte tac-tac, tac-tac, sopra e sotto. E poi sempre più forte fino a formare un cerchio di tatàc-tatàc. Era come se avesse un elicottero in mano. Io ne sentivo l’aria, il rumore e la micidiale forza tatatàc-tatatàc.
Poi si è fermato e ha sorriso.
– Si chiamano clic-clac, vuoi provare?
Ho preso le palline in mano e ho cominciato a farle muovere. Dovevo trattenere le lacrime quando le maledette palle si fermavano cozzando sulle ossa del polso o sulle nocche martoriate della mano e a mezzogiorno, ancora non ero riuscito a fare l’elicottero.
Nel pomeriggio abbiamo fatto vedere il gioco a Francesca e anche a lei è piaciuto, ma non ci ha provato per molto, preferiva guardare Fabrizio.
Lui piaceva a tutti, solo dopo pochi giorni.
Grazie signora Maria, non si disturbi, diceva sorridendo a mia madre che gli chiedeva se volesse un panino anche lui.
Anch’io dicevo grazie se mi davano qualcosa, ma lo bofonchiavo a capo chino. Fabrizio invece sorrideva con i denti dritti e la fronte alta e mia madre ricambiava. Chiamava mia madre “signora Maria”. Maria poteva andare, così la chiamavano le zie; signora anche, così la chiamava l’infermiera quando andavamo a fare il prelievo per le analisi del sangue. Ma “signora Maria” mi sembrava un po’ troppo per mia madre.
Il papà di Fabrizio aveva trovato lavoro come manovale edile, dopo che aveva dovuto andarsene in fretta dalla città piemontese e dalla fabbrica per certe faccende legate alla politica. Così era ritornato nel paese natale con la famiglia, ed era andato ad abitare nella vecchia casa ereditata dai genitori. Qualche volta faceva discorsi complicati, soprattutto se aveva bevuto un paio di bicchieri: io non avevo mai sentito un manovale, che è quello che porta la malta e i mattoni al muratore, usare certe parole, sembrava una specie di parroco, o insegnante di qualcosa. Comunque, in fin dei conti, il padre di Fabrizio pareva normale; forse era la madre a essere un po’ strana, beveva il tè al posto del caffè, andava a Belluno in corriera, ma non per fare spese o andare in ospedale, no, per passeggiare al mercato: diceva che la faceva sentire meno sola.
Loro venivano da Torino, una città incredibile, dove c’erano soprattutto cose enormi e i ragazzini portavano le scarpe da ginnastica tutto il giorno. Fabrizio ci descriveva un mucchio di novità e io e Francesca stavamo ad ascoltarlo.
– La Mole Antonelliana è alta centosessantasette metri virgola cinque.
– Che cos’è? – ho chiesto io.
– Come una chiesa, ma del Comune, è il simbolo di Torino.
– Quanto è centosessantasette metri virgola cinque? – ha chiesto Francesca.
– Fai più di centosessanta passi, ma lunghi, e poi li immagini in alto – ha risposto Fabrizio.
– Io so che il campanile della chiesa è alto venti metri – ho buttato là.
– Allora fai centosessantasette diviso venti, che fa… – e Fabrizio ha cominciato a fare conti con le dita.
– Più di otto volte, eh già! Più di otto dei vostri campanili, uno sopra l’altro – ha concluso, troppo velocemente per i miei gusti.
– Non può essere così tanto – ha obbiettato Francesca.
– Non ci credo neanch’io – ho aggiunto guardando il colmo del tetto della casa.
– Fate i vostri conti.
– Io vado a prendere il quaderno e la calcolatrice – ha detto Francesca.
Intanto Fabrizio mi ha raccontato della collina di Superga dove si era schiantato l’aereo con tutta la squadra del Toro.
– La squadra del Toro? – ho chiesto.
– Del Torino, i Granata intendo. Io sono tifoso del Torino, e tu?
– Non so.
– Non hai la squadra del cuore?
– No.
– Allora tu sei Granata. Tu sei del Toro!
– Posso?
– Sei mio amico, no? E allora io ti faccio entrare, ti do il distintivo e ti faccio vedere la sciarpa. Poi una volta andiamo allo stadio, insieme io e te.
Ne sapeva di cose Fabrizio, ed eravamo amici. Avrei voluto anch’io vivere in una grande città, in un posto che avesse una cosa del tipo la più grande del mondo, e se non del mondo, almeno d’Europa.
Si giocava poco in quei giorni. Era come se la calura d’agosto ci togliesse le forze e per la maggior parte del tempo stavamo seduti sugli scalini della casa di Francesca a sentire le storie che Fabrizio raccontava. La storia delle storie era quella del Museo egizio.
– Ci sono stato proprio l’anno scorso e le mummie sono lì impacchettate, avvolte nelle loro fasciature. Alcune hanno la faccia scoperta, color terra, ti guardano con la bocca spalancata e i denti…
– Saranno finte, per far vedere come potrebbero essere – l’ho interrotto io.
– Col fischio! Sono vere, sono morti veri e sono stati portati dall’Egitto – ha detto Fabrizio.
– Cioè, cadaveri? – ha chiesto Francesca.
– Chiamateli come volete ma sono là fermi, bocca aperta e faccia rinsecchita.
– Morti stecchiti? – ho insistito.
– Stecchiti – ha confermato Fabrizio.
Francesca ha cominciato ad avvolgersi una ciocca di capelli tra le dita. – Non ti credo. I morti vanno sepolti, e prima si fa la messa, e poi la lapide, cioè…
– Okay! Si vede che gli egiziani possono stare là, che vi devo dire?
– Hanno sepolto anche i soldati morti in Russia, li hanno mandati fuori nelle cassette e li hanno portati nel cimitero del paese con la messa e tutto – ha continuato Francesca.
– Vi porterò a vederli. Li vedrete con i vostri occhi, okay?
Fabrizio era forte, diceva col fischio e okay, e aveva promesso di portarci da un sacco di parti. Però la storia dei morti veri esposti nelle vetrine e della gente che andava a vederli non ce la dava a bere.
– Per me sono di cera, sembrano veri, ma… – ho continuato io.
– Credete un po’ quello che vi pare, allora! – ha concluso lui allontanandosi.
Fabrizio era forte e sorridente, diceva Signora Maria non si disturbi, e però dovevi credere a quello che diceva se no si arrabbiava e andava via.
– Glielo diciamo del tesoro dei turchi? – mi ha chiesto Francesca, appena siamo rimasti soli.
– Non so se possiamo fidarci.
– Ce ne ha raccontate tante di storie lui, e poi ha promesso di portarci a Torino.
– Mia madre non mi lascerà mai andare.
– Ma è il pensiero quello che conta, no? E poi, non è tuo amico? Non sei tifoso del Toro adesso?
– Sì, sono tifoso. Ma il tesoro era nostro, una roba nostra. Non so…
– Io credo che con Fabrizio riusciamo a trovarlo, io glielo dico – ha detto Francesca. – Ehi Fabri, abbiamo anche noi una bella storia da raccontarti, che ti credi? – ha gridato Francesca.
– Ah sì? – ha risposto Fabrizio seguendo con lo sguardo il gatto che saliva sul melo.
Francesca ha continuato. – Noi sappiamo che esiste un tesoro.
Fabrizio si è voltato verso di lei. – È un gioco tipo caccia al tesoro?
– No, non è un gioco. È il tesoro dei turchi. – E poi rivolta a me: – Raccontagli la storia, Giacomo.
Io mi sono appoggiato al melo e Fabrizio ha dovuto guardarmi con attenzione. – I turchi sono passati di qui molti e molti anni fa, forse inseguiti dai barbari o dai veneziani e hanno sepolto il tesoro nel terzo scalino della Valturcana. Il tesoro di monete e oro è dentro secchi di rame attaccati a un filo di ferro che sporge e bisogna tirarlo, bisogna…
– Alt. Fammi capire bene – mi ha interrotto Fabrizio.
– Io vado a prendere il quaderno – ha detto Francesca.
– Il quaderno? – mi ha chiesto Fabrizio
– Lei scrive tutto, anche cose che non sono di scuola – ho aggiunto io.
Fabrizio ha sgranato gli occhi. – Allora tiene un diario! L’hai mai letto?
– No, s’incurva tutta quando scrive e non si riesce a vedere niente.
– Eccomi! – ha gridato Francesca scendendo le scale.
– Fatemi capire bene, perché se mi prendete in giro… intanto chi è che vi ha raccontato questa storia? – ha chiesto Fabrizio.
– La zia di Giacomo – ha risposto Francesca.
Io sono partito a raffica. – Al tesoro alé sepelì tel teržo scalìn de la Valurcana, in séci de ran. Nesùn l’ha mai trovà, fin adès.
Fabrizio mi ha guardato a bocca aperta. – Io non ho capito niente, puoi parlare italiano?
Francesca ha aperto il quaderno e ha ripetuto la frase in italiano.
– Tua zia è a posto con la testa? – mi ha chiesto Fabrizio.
– Eccome, e la Valturcana esiste davvero; è quella valle che vedi sulla destra, attraversando il ponte prima di arrivare in paese – ho confermato io.
– Okay, la valle c’è – ha detto Fabrizio.
Io sono partito all’attacco. – Ho letto sull’enciclopedia Europea, che è una delle migliori enciclopedie, anche della Motta, che l’impero turco è arrivato fino in Jugoslavia.
Fabrizio mi ha osservato e poi si è grattato il lobo di un orecchio. – La Jugoslavia è di là del Friuli… abbiamo altro?
– I turchi erano sempre in guerra con i veneziani, hanno combattuto per centocinquant’anni, fino alla battaglia di Lepanto, dove hanno perso contro i veneziani più il papa e più gli spagnoli – ho detto tutto d’un fiato.
Francesca ha richiuso il quaderno rosso. – E qui comandavano i veneziani, cioè i turchi c’entrano in qualche modo.
– Okay. Fatemi vedere questa Valturcana. – ha detto Fabrizio.
indietro | puntata 1 | puntata 2 | puntata 3 | puntata 4 | puntata 5 | puntata 6 | avanti
“Il Tesoro della Valturcana”: un racconto in 6 puntate di Antonio G. Bortoluzzi
editing Bruna Graziani
grafica Sabrina Girardin
in collaborazione con l’Associazione Amici di Giovanni Comisso
Antonio G. Bortoluzzi è nato nel 1965 in Valturcana, Alpago (BL). I suoi romanzi sono pubblicati da Ed. Biblioteca dell’Immagine, Marsilio, Marsilio Arte, UE Feltrinelli. Ha vinto numerosi premi letterari tra cui il Gambrinus-Mazzotti sezione Montagna e civiltà, e il Premio Latisana per il Nordest, Giuria dei lettori; è docente di scrittura e membro accademico del Gruppo italiano scrittori di montagna (Gism), suoi articoli sono pubblicati su riviste nazionali e sulle pagine culturali dei quotidiani del Nordest.
antoniogbortoluzzi.it