Serata con Mister Li. Impressioni di viaggio in Oriente di Giovanni Comisso

Sciangai, maggio

Mister Li è il compradore d’un agente di cambio di Kinkiang Road. Passa cinque giorni e mezzo della settimana col telefono all’orecchio nel suo stallo al Gold Bar per offrire sbarre d’oro o dollari americani, ma al pomeriggio del sabato si dà al ristoro a imitazione degli Europei. Babbucce di seta, calzetti bianchi, lunga veste di seta nocciola con sopra il gilé nero e in testa la papalina col bottoncino d’ambra. Panciuto, cordiale, abituato a trafficare con gli Europei, parla magnificamente l’inglese e sa anche qualche parola d’italiano:

«Si, si, glazie, buon giolno, buon giolno». La erre manca nella pronuncia cinese e si potrebbe dire che è un simbolo della mancanza di forza di questa razza. Ma Mister Li è orgogliosamente crapulone; è un diritto che gli viene dalla sua ricchezza e dal lavoro che lo fa sudare.

Shanghai

Etichetta cinese

Egli mi ha invitato a una cena cinese con suoi amici. Il «restaurant» è nella Fuciao Road: strada zeppa di negozi illuminata di dentro e di fuori, di alberghi dove rumoreggiano i concerti, d’insegne di tela che sbandierano al vento, e allagata di gente. Ha fissato un salone, egli sta seduto a capotavola con un calamaio cinese davanti e pennellino in mano. I convitati arrivano uno alla volta. Sono tutti uomini d’affari, vestono alla cinese; entrano con le mani in mano all’altezza del petto e alla presentazione accennano ripetutamente all’inchino.

Oshibori, utilizzato in Cina e Giappone

Subito Li chiede loro cosa vogliano mangiare e su foglietti rossi egli stesso pennella tutte le ordinazioni che passa ai camerieri. Prima d’iniziare la cena ci portano degli asciugamani imbevuti d’acqua tiepida che servono ottimamente per toglierci la polvere della strada dalle mani e dal volto. Vengono distribuite minuscole tazzine per il vino di riso; Mister Li si alza, mesce ad ognuno e invita a bere.

Arrivano le vivande. Per gran parte esse non sono state cotte direttamente alla fiamma, ma lentamente al vapore che emana su da sottostanti pentole d’acqua. Non si usano né forchette né coltelli, tutto viene servito minutamente tagliato. Solo un cucchiaio per la zuppa e le famose bacchettine d’avorio.

Ora che si tratta di incominciare tutti i convitati sono curiosi di vedere come io saprò comportarmi nell’uso; ma ho ben imparato a Canton la difficile legge d’equilibrio.

A rischio di perdere la faccia, li sfido a prendere con esse uno stuzzicadenti e per miracolosa combinazione riesco prima di tutti loro il che li fa prorompere in grandi applausi. Si mangia, si beve, si ride, si giuoca alla mora. Se non si alzassero ogni tanto per sputare sonoramente dando l’impressione d’essere in un ospedale, in compagnia potrebbe dirsi perfetta.

La cucina è senza dubbio squisita. Ognuno ha davanti a sé una tazzina di riso da condire con quattro varietà d’intingoli che stanno nel mezzo della tavola. Vi sono fettine di cuore di vitello, gamberetti, funghi, pesce in umido con cipolla, pinne di pescecane e gemme di bambù. Tutto s’armonizza col riso graditamente, in fine Mister Li annunzia, strabuzzando gli occhi, un piatta raro e prezioso.

Ragazze da marito

Sono uova che hanno una decina di anni. Durante tutto questo tempo sono state interrate; vengono servite nel loro guscio ingiallito, tutto l’interno si è macerato in una poltiglia bluastra che rende diffidenti a oltranza, ma il sapore dolce amaro di formaggio grasso invecchiato piace e invita alla replica. Pertanto la porta si apre ed entra una schiera di ragazze. Sono le pure, quello che vengono nei «restaurants»  ad assistere per cinque minuti ai banchetti nella speranza di trovar marito. Questa istituzione è buffa e pedante. Se fossero belle meno male, ma, poverine, sono pallide, smunte e reggono tra le mani contro al petto qualcosa che di primo momento sembra una colomba o un gattino, ma invece altro non è che  una busta di gomma piena d’acqua tiepida per riscaldare le loro mani tanto sottili che pare non vi possa scorrere il sangue.

Mister Li le fa sedere tutte attorno a me; a momenti ne ho una decina attorno, esse vogliono sapere chi sono. Piace vederle parlare, come la piccola bocca si dischiude, abbassano le palpebre sugli occhi. Sono vestite in cappe di seta, strette al collo, bianche, verdi, celesti, con aperte camelie alla bottoniera. Tutte hanno il loro roseo bigliettino da visita con tanto di indirizzo e numero di telefono. Dai saloni attigui provengono musiche, canti, le urla del giuocatori di mora e strepito di baldoria.

Mister Li invita le ragazze a cantare. Dai piccoli petti esce una voce più robusta di quello che non si poteva supporre. E’ una canzone che manda Mister LI in visibilio; egli stesso ne batte il tempo sulla tavola. Le brevi palpebre abbassate nell’estasi del canto ora danno alle ciglia l’aspetto di semplici virgole, e le loro labbra rimangono a lungo sospese nelle cavatine difficili.

Infine entra una autentica bellezza, si chiama Nube Radiosa; costei non ha bisogno della busta d’acqua tiepida, avrà quindici anni; il volto meravigliato come destata da poco, vestita di bianco con la bottoniera nera e una ciocca di violette dove si eleva il colletto. Le stringo la piccola mano: ha una grazia semplicissima.

La cena è finita, le altre se ne vanno, Nube Radiosa rimane, gli amici di Mister Li pure ci lasciano. Ancora asciugamani umidi e caldi che puliscono o ristorano. Noi andremo al, teatro cinese. Verrà anche Nube Radiosa, ma prima deve correre a casa ad avvertire sua madre. Lo spettacolo comincia alle sette di sera e continua senza tregue fino all’una dopo mezzanotte. Si prende posto in un palchetto. Appena arrivati gli inservienti ci portano i comodi asciugamani, tè e frutta.

Il teatro è pieno all’eccesso. Il palcoscenico ha uno sfondo di seta rossa con figure e fiori, in fianco c’è la barbara orchestra e al centro due porte dalle quali entrano gli attori. Sono tutti uomini i quali sostengono anche parti di donna.

Gran Teatro di Shanghai

Sei ore di spettacolo

Fino a poco tempo fa, in questo teatro agiva Mei-Lan-Fang, quello che passa per il miglior attore cinese. Egli recita sempre parti femminili, e attualmente dà spettacoli in America.

Nel palchetto vi è altra gente che ci sorride ospitale. In piena repubblica è ancora la storia del passato impero che si recita frammista a fioriture fantasiose di geni maligni, vendicativi, e altri benevoli. Se non è possibile giudicare il testo, si può tuttavia dire che la musica è sgradita, che la mimica, che ha grande parte, è passabile, e che i costumi e le truccature sono meravigliosi, i primi per l’intonazione dei colori, le seconde per il tocco grottesco riuscitissimo. Spesso appaiono sulla scena due guerrieri giganteschi con lunghe barbe: uno, nera; l’altro, giallo carota. Imperatore e imperatrice portano grandi cappelli pieni d’arzigogoli e gli armati costumi succinti e picche piumate. Sovente qualche attore, dopo una lunga tirata, ha bisogno d’una tazza di tè; fa cenno a qualcuno e, volgendo le spalle al pubblico, se la beve tranquillamente.

Per il pubblico cinese lo scenario esiste convenzionalmente. Basta un alberello dalle fronde di carta per dargli l’idea che tutta la scena sia una foresta. Ma un gesto che più lo ha commosso, fino a strappargli gli applausi, fu quello d’una principessa che, con un piccolo colpo di piede a tergo, scaccia il suo adoratore prosternato.

Tutto lo spettacolo consta di innumerevoli episodi che si susseguono uno dietro all’altro: giudizi davanti all’imperatore, battaglie, decapitazioni, dispute, scene d’amore, tutta una ridda continuata, con attesa sempre, quale conclusione, di veder morire tutti i personaggi; ma invece i decapitati risuscitano, e così si ritorna daccapo con nuove battaglie, nuovi imprigionamenti, nuovi giudizi.

Infine ci s’annoia; vedo che anche i Cinesi che sonnecchiano, nonostante il fracasso dell’orchestra, sono parecchi. Per rompere la monotonia mi faccio accompagnare da Mister Li, anche lui mezzo conquiso dal sonno, sul retroscena. Egli è grande amico del padrone del teatro e ha subito la via libera. Qui lo spettacolo ò assolutamente più interessante.

Misteri di palcoscenico

Tra cataste di quinte vi è una lunga tavola dove da un sostegno centrale pende una fila di barbe e di parrucche; e alcuni attori stanno preparandosi. Uno vestito da donna sta provandosi quattro o cinque paia di scarpine di seta, ma nessuna gli va bene. Il volto truccato di rossetto e di cipria assume espressioni di stizza con esagerato sollevamento delle sopracciglia.

I due guerrieri giganteschi, che abbiamo visto accarezzarsi più volte le lunghe barbe, hanno dei volti che si sono dipinti da loro stessi: qualcosa di fantastico! Tutta la plastica del volto è rilevata con giri e rigiri di colori diversi: verdi, azzurri, gialli, rossi e neri su fondo bianco.

Dappertutto è poi un miscuglio di altri attori vestiti a mezzo d’abiti teatrali, di altri giù pronti in attesa di recitare e fra mezzo ragazzi in costume da paggi che si divertono a duellare con le spade di legno. Il padrone, un uomo asciutto, dal volto finissimo quasi di gatto, in vestaglia di seta nera ci accompagna tra luci incerte per piccole scale in sotterraneo dove altri attori stanno truccandosi. Seduti a piccole tavole con tante scodelline di colori, uno specchietto a una mano e un pennellino a un’altra, alla luce di smorte lampadine elettriche lavorano accuratamente sul proprio volto. Grandi pennellate di biacca su cui prolungano sino alle tempie di nero il taglio degli occhi, rialzano marcatamente le sopracciglia e rafforzano di rosso le labbra, non seguendo la forma, ma stilizzandola; altri su sfondi neri o rossi tracciano, prendendo lo spunto dalle sporgenze del naso, degli zigomi e del mento, intrecci grotteschi di colori che un po’ ricordano i ricami a fiori delle loro cappe e un po’ i fregi delle poppe delle vecchie giunche. Senza previsione d’incendio, che se scoppiasse farebbe una carneficina, tutti fumano; altri col volto già acconciato ma mezzi svestiti giuocano a carte o a domino. Cominciano da ragazzi il mestiere, non ci sono Compagnie, ma è il padrone del teatro che li raccoglie e li ingaggia. A volte solo uomini, a volte solo donne, ma non mai uomini e donne assieme.

Si ritorna nel palchetto. Alcune donne anziane che hanno preso posto vicino a noi mi offrono chi un’arancia, chi frutta candite; cerco di corrispondere con sigarette e cioccolatini, ma non è possibile farle accettare.

D’improvviso sento delle mani fresche posarsi sul miei occhi impedendomi di vedere. Chi può essere dietro a me che mi usa questa malizia europea? Mi sciolgo per vedere. E’ Nube Radiosa che ritorna dall’aver avvertito sua madre.

Giovanni Comisso
Pubblicato sul Corriere della sera il 20 maggio 1930