Sotto i ciliegi in fiore. Impressioni di viaggio in Oriente di Giovanni Comisso

Kobe, maggio.

Due sono i fiori principalmente amati dai Giapponesi e celebrati con feste speciali. Il fiore del ciliegio ed il crisantemo.

Il primo, col suo improvviso apparire dopo il freddo inverno e col suo breve fiorire tra i contrasti della pioggia e del vento primaverile, simbolizza per loro lo spirito dei samurai o cavalieri erranti d’un tempo. Uomini nobili e puri, fieri e generosi che si mettevano al servizio dei signori feudali, pronti a sacrificarsi per essi. L’altro è nell’insegna dell’Imperatore; col suo sbocciare sul punto più alto della pianta impersona lo stesso capo supremo religioso e politico, e le foglie di mano in mano sottostanti, fino alle ultime vizze presso la terra, sono altrettante immagini dei sudditi suddivisi in caste subordinate e obbedienti.

Non vi è grande parco o piccolo giardino privato che non abbia ornamento di questi due fiori, in Giappone.

Fiori che poi ritornano attraverso l’arte e la decorazione come soggetti e motivi predominanti nei quadri famosi, nei ventagli, nei paraventi, sulle pareti divisorie delle stanze, sulle suppellettili di lacca, nelle porcellane, nei gioielli, nel tessuti per kimono o per gli obi, o alte cinture di seta portate dalle donne.

Un simbolo nazionale

Le feste del ciliegio durano tutto il mese d’aprile e hanno pressapoco alcuni dei caratteri della nostra Pasqua e carnevale assieme. Pellegrinaggi di fedeli ai templi di Nara o di Nikko, adunate festose e mascherate nei parchi fioriti e danze attraenti a Kioto.

Il ciliegio giapponese ha tronco robusto, fiori assai leggermente rosa e anche doppi, ma, dopo averne preso contatto contemplativo sia lungo i fiumi o i piccoli laghi, sia nei principali parchi o giardini, sia accanto, ai templi, sia sul pendii dei colli, si finisce coll’accorgersi come mai riesca a raggiungere quella dolce fragranza venata d’amarognolo che anima il nostro ciliegio.

Oh, quanta divina bellezza scoperta un giorno tra le colline di Siena alla fioritura di quest’albero. Sulla terra qua e là franata, nera di macchie di leccio, rossa o giallastra nel campi arati dove risuonavano le voci dei contadini sparsi, le cupole fiorite degli alberi stavano avvolte da tutta un’ininterrotta armonia di avide api.

Qui invece non v’è insetto che voli attorno. Il mito viene pertanto profanato da una ossessionante montatura a scopo turistico.

Il Giappone, con la sua occidentalizzazione decisa nella seconda metà del secolo scorso, ora s’è buttato a tutto spiano anche in questa branca redditizia sacrificando senza scrupoli all’oro dei forestieri l’atmosfera di tali feste.

Accanto a Kobe, al di là d’insignificanti quartieri popolari ogni tanto dominati da fabbriche, c’è il sobborgo di Suma con un vasto parco tutto a ciliegi. Il tranvai ci porta per strade interminabili.

Vi sono giovani piccole donne che salgono col bambino legato alla schiena, studenti con la loro divisa all’europea di stoffa nera e berretto con visiera. Tutti gli studenti, dalle scuole elementari alle universitarie, portano questa divisa.

Si ha quindi l’impressione d’una moltitudine di studenti. Molti però, specie i ragazzi, portano talvolta il kimono, rinforzato da certi larghi pantaloni alla maniera dei samurai antichi, di color marrone, aperti alla base e scendenti fino alle caviglie come una sottana, composti di larghe pieghe che danno loro nel passo un tocco di fierezza. Le studentesse invece indossano una blusa alla marinara con sottanina corta.

Nel regno bianco

Uno di questi studenti, occhialuto e fosco nel volto come dominato da studi faticosi o da stento di vita, nel vederci incerti sulla fermata si offre d’accompagnarci a Suma, dove egli pure va per la festa che attrae tutto il popolo di Kobe. Si arriva dopo mezz’ora senza che sia stato possibile vedere ancora un frammento di terra libero da costruzioni. Tutti scendono. Una stradetta s’apre tra bottegucce e trattorie. Comitive che scendono ebbre, tutti camminano abbracciati e sorridenti, comitive che salgono con ceste e cestini. Il parco si stende ai piedi di colli immediati chiusi nel cupo fittio dei pini.

Ciliegi tutti bianchi nella tenue fioritura come per falde di neve appena caduta.

A ogni albero sono appese tavolette con iscrizione che lo studente traduce: «Tu che ami questo fiore non lo staccare dal ramo.» Da per tutto vi sono baracchette improvvisate per bere il tè e, sotto agli alberi, basse panche che funzionano nello stesso tempo da tavole.

Qui stanno intere famiglie accatastate. Gli uomini ubriachi cantano, una donna suona la chitarra, bambini mascherati ballano attorno, le donne giovani e vecchie, con le loro capigliature rigonfie, ridono mostrando i denti mal piantati.

Nel mezzo del parco vi è un piccolo lago artificiale dove galleggiano barche dalla foggia di draghi, ornate di bandiere e bandierine, piene di gente. Senso di scampagnata primaverile e di sagra, brama di gareggiare con la natura che si risveglia. Tutto poi si conclude nel precipizio d’una sbornia, in molta polvere ingoiata e in una stancata solenne. Il passo degli uomini e delle donne va a stento sugli zoccoli, i bambini cascano dal sonno caricati sulla schiena dei genitori e, come quelli, vi sono dei vecchi che si fanno portarecosìdal figli maturi.

Tra il parco e le colline sta quasi nascosto un tempio da cui di tanto In tanto provengono imponenti colpi di gong. Vi è la tomba di un generale morto in una antica battaglia avvenuta in questa località.

Mussolini e l’Italia

Secondo la religione shintoista gli eroi morendo divengono semidei ed entrano nel culto nazionale. Sulla loro tomba si erige un tempio totalmente in legno le cui semplici linee risultano come un proseguimento di quelle degli alberi che sempre lo circondano.

Grandi lanterne in pietra o in bronzo, offerte dai loro guerrieri, fanno ala alla gradinata che vi porta. Ecco, qui davanti alla tomba di questo samurai, il popolo sosta a pregare e poi scende ad inebriarsi sotto ai ciliegi in flore. Lo studente che mi accompagna si scopre, si irrigidisce sull’attenti e subito s’inchina in atto d’omaggio e di preghiera.

Si scende per altri viali fioriti e popolati, infine s’invita lo studente a bere del tè in una di queste baracche improvvisate. Si vuol bere del semplice tè giapponese; lo studente nel suo rude inglese trova termini premurosi per sconsigliare come per timore che si debba rimanerne disgustati. Per lui la birra è la bevanda che crede ci convenga; ma si ribatte perché ordini alla donnetta di portare del tè. E’ asprigno e verdastro, viene servito senza zucchero, ma disseta e ristora. Si sta assisi sulle stuoie; si capisce che questo studente è tormentato dalla curiosità di sapere vita, morte e miracoli sul nostro conto. Dietro agli occhiali il suo sguardo obliquo freme.

Un po’ alla volta, tra il brusco e lo studiato, riesce a sapere ogni cosa. Questa è una mania fortissima nei Giapponesi; non uno ne sfugge.

Tutti, appena l’occasione li porta a poter scambiare due parole con uno straniero, vogliono saperne la nazionalità, il nome e, per iscritto, la professione, cosa viene a fare in Giappone, da quanti giorni è arrivato, e se ha servito nella Marina o nell’Armata di terra. Un vero questionario poliziesco. Essi che hanno spiato e preso tutti i segreti della vita europea, trapiantandoli utilmente nel loro Paese, credono di vedere in ogni forestiero uno spione a loro simiglianza. Non c’è un bel nulla da spiare e da prendere a nostro uso. E’ un sistema il loro di stare sul chi vive; e in fondo non hanno tutti i torti coi tempi che corrono. Appena si fa il nome della nostra Patria dimostra grande meraviglia e sforza nel volto indurito un amabile sorriso. Segue immediata l’attestazione d’ammirazione per Mussolini che ha visto impersonato in un dramma giapponese sulla Marcia di Roma dall’attore Sadanji. Ancora grande ammirazione per la nostra musica; ha sentito un’opera di Verdi la settimana scorsa, rappresentata da una Compagnia italiana errabonda fin in riva a quest’oceano. A questo proposito s’affretta a dichiarare, con aria da occidentalizzato, che disprezza la musica giapponese.

Musica, danze e politica

C’è una musica tradizionale per accompagnamento di danze, di canto o per sostegno del coro nelle rappresentazioni drammatiche antiche e una musica europeizzante, con sinfonie e ballabili. In fine egli vuol sapere la nostra opinione sul jazz, anzi sul problema del jazz. Lo studente pare soddisfatto di trovarci completamente ignoranti sulla cosa. Si vuol sapere quali siano le sue letture favorite. Letteratura russa e quella francese, argomenti proletari e argomenti amorosi di quelli spiccioli.

Vuol sapere se in Italia c’è, una letteratura proletaria; si spiega come non ci sia affatto bisogno perché il problema proletario è stato risolto politicamente.

Anche questo lo mette illusoriamente al disopra di noi; egli appare tutto orgoglioso di avere in Giappone un teatro di prosa proletario e autori di romanzi proletari. Si sente come alla situazione geografica tra l’America e la Russia corrisponda una diretta influenza d’altro ordine da questi due Paesi.

Qualche petalo di ciliegio volteggia nell’aria fino a cadere nella tazzina di tè.

Ce ne andiamo. Un gruppo d’ubriachi dall’aspetto d’impiegati ci accoglie con saluti e sorrisi; uno magro e occhialuto si muove e si piega su se stesso davanti a noi come fosse una marionetta. Lo studente vuol darsi premura di dirmi che ritiene questo assai riprovevole. Certamente crede con questa dichiarazione di dimostrarsi esperto della nostra morale. Sono invece molto gai, affatto petulanti nel loro abbandono e danno a capire come, al momento di risolvere la tristezza che sale dal saper breve la vita e aspro il lavorare, questa razza sappia ripararvi meno gravemente dei vicini Cinesi, pronti ad adagiarsi accanto alla smorta lampadina che liquefa e brucia il loro oppio. Più avanti in altra parte del parco, in una loggetta di legno, al suono d’una chitarra, tre donnette attempate, una con occhiali, i volti aggrinziti, danzano una dietro all’altra coordinando il passo con gesti delle mani e della testa. Accennano con voce rauca a cantare e di tanto in tanto battono i piedi scalzi assumendo pose che vorrebbero essere leggiadre.

Vien da crederle ricadute in infanzia o ubriache, ma invece non è così; è un modo il loro dettato dall’ingenuità dello spirito di glorificare cosi la sacra fioritura del ciliegio.

Giovanni Comisso

Pubblicato sul Corriere della Sera il 4 giugno 1930