Un destino spinto sull'orlo del precipizio. "Profughe" di Nevra Garatti

Un destino spinto sull’orlo del precipizio. “Profughe” di Nevra Garatti

Nevra Garatti era maestra elementare e per quarant’anni, racconta Nico Naldini, “ogni giorno era andata in bicicletta a far scuola in un paesino sul Piave; d’inverno infagottata nell’impermeabile, pedalando su strade fangose con la stessa tenacia che metteva nelle discussioni sull’arte e sulle scelte di vita” che avvenivano nell’osteria dei suoi genitori a Treviso alla presenza di Arturo Martini e altri artisti veneti.
Nel 1920 raggiunse Fiume all’epoca dell’occupazione dannunziana e si ritrovò tra legionari che erano vecchi amici e incontrò l’asso dell’aviazione Guido Keller. Nel corso degli anni divenne amica, oltre che di Giovanni Comisso, di Filippo De Pisis, Umberto Saba, Giuseppe Mesirca.
Cominciò a scrivere dei racconti “maturati più che sull’estro letterario su una lunga esperienza di vita, e a offrirli timidamente in lettura, grata di un consenso qualsiasi.
Comisso, resosi conto del loro valore letterario li propose a Leo Longanesi. Lascio il commento ancora a Naldini: “Il titolo di questo libro, che è rimasto la sua unica opera, è Profughe perché due dei racconti descrivono la gente veneta quando fu costretta a salvarsi dall’invasione austriaca dopo Caporetto; ma questo titolo ha anche il significato più riposto di “profugo della vita”, di destino spinto sull’orlo del precipizio.”
Nella “piccola Atene” di quegli anni, com’era chiamata Treviso, Nevra Garatti fu sicuramente una protagonista che contribuì ad animare la cultura cittadina e che vale la pena riscoprire.
Nicola De Cilia

Una donna contro. Convenzioni, abitudini, morale borghese combattute con l’arma scabra della verità di una scrittura ruvida, “aspra” colta da Comisso con rara empatia.
Isabella Panfido

“Profughe”. La recensione di Giovanni Comisso

E’ uscito a cura di Leo Longanesi nella collezione: Il sofà delle Muse il primo libro di Nevra Garatti: Profughe. E’ un libro di racconti che hanno nella quasi totalità per argomento vicende di gente veneta tra la quale la scrittrice vive. Il titolo del libro si riferisce al primo racconto, che tratta della triste sorte di tre sorelle piccole borghesi che al tempo della grande guerra fuggite dal Veneto a Milano per fame furono costrette a umiliarsi disperatamente. In altri racconti c’è ancora per sfondo quella dolorosa esperienza della gente veneta; il titolo del libro sta bene e convoglia anche tutti gli altri racconti, dove, ampliandosi, illumina donne e uomini che profughi più che per una guerra, lo sono per il tempo che li scaccia in avanti verso la decadenza, la miseria, la vecchiaia e la perdita di tutte le illusioni della giovinezza.

La Garatti ha cominciato a farsi conoscere come scrittrice su L’Italiano e su Oggi; durante la sua giovinezza non ha pensato mai a scrivere, ha incominciato nell’età matura. E non stimolata da una vena poetica, come generalmente avviene, ma da una malinconica, aspra esperienza di vita, dove il tempo micidiale per la carne e per Io spirito agisce col suo bulino infuocato e demoniaco.

E’ un libro dove ogni racconto risuona feroce come una sentenza. Non riesce, di prima impressione, allettevole, ma tanto meglio, e tanto meglio ancora sapendo che è scritto da una donna. In genere le donne scrivono con sdolcinata cadenza di canzonette o di poesiole, qui invece si trova un ritmo di cruda prosa, di amara prosa parlante di cruda vita, di amara vita. Se si può fare un’osservazione contraria, sarebbe questa: la Garatti manca assai spesso di mestiere, cioè non possiede quell’astuzia che gli scrittori rotti al mestiere hanno, di mettere chiaramente Ie cose a posto fin dal principio del racconto.

Si pensa a momenti che siano state saltate alcune righe o che non abbia riveduto il testo. Sovente viene fuori un personaggio dato come esistente, mentre non si sapeva affatto che ci fosse. Oppure ella si dilunga meticolosamente a trattare di parti secondarie, lasciando indeterminate altre che poi saranno le principali. Ma sono inezie che, se disturbano la lettura, non impediscono il risultato finale di raggiungere drammaticamente un obbiettivo profondo. Un’altra osservazione contraria è che quasi tutto il libro è scritto con una prosa più che modellata, grattata, stridente.

Si dice che Dostojevschi abbia scritto i suoi libri con una prosa uguale e che anche malissimo tradotti abbiano guadagnato. Qui è lo stesso, tradotto questo libro verrà come passato per lo staccio. Noi italiani siamo fatti per una prosa che scorra fluida, e sia stata dallo scrittore riascoltata entro sé stesso come una poesia della quale si debba misurare il metro. La Garatti non risulta una scrittrice alla maniera nostra, alla maniera latina. Essa non ha tempo a lasciare che riecheggi entro sé stessa quello che scrive, periodo per periodo, ella mira avidamente al dramma, alla crisi delle anime. Non è come un medico benigno che dolcemente tratti coll’ammalato del suo male, è come il chirurgo che affonda decisamente la sua lama nella carne che fa sanguinare. Per questo la Garatti non ha avvicinamenti con nessuno scrittore italiano. E queste che possono risultare come sue manchevolezze finiscono col convincerci che sono sintomi di sue qualità essenziali. Raramente un paesaggio nei suoi racconti, o il senso della natura, se c’è è grigio squallido, brevissimamente tratteggiato, come un telone da sfondo per un fotografo o sbagliato, irreale, come quelli che si sognano talvolta o come quelli che faceva Poe nei suoi deliri.

I suoi paesaggi sono tutti esseri umani, illusi e delusi, o irrimediabilmente illusi pur rasenti al precipizio che già sta per travolgerli. Indiscutibilmente si avvertono difficoltà a esprimersi, o un ricorrere sovente a certa usuale rettorica con uno sforzo per farsi espressiva, e sono appunto testimonianze di avere incominciato a scrivere non per estro o per ispirazione, ma per decisa volontà sostenuta da un’esperienza di vita, Non è la Garatti una scrittrice spontanea, ma riflessa. Si potrebbe dire che questo libro non sia piacevole, ma che interessi, che vivamente interessi. Questo libro ha la forza di farci fare dei passi indietro, molti passi indietro, per ricontrollare la vita. Svela tanto disfacimento sotto il belletto, tanto pallore sotto la cipria, e così di esso lentamente ci si accorge quanto sia prezioso, di peso, un peso che è tutto umano di un’umanità dimenticata, voluta dimenticare solo perché terribilmente aspra, ma vera.

Giovanni Comisso

Pubblicato sulla Gazzetta del Popolo il 25 giugno 1942