"500 lire di premio" di Giovanni Comisso

“500 lire di premio” di Giovanni Comisso

La vecchia padrona aveva detto : «Donerò cinquecento lire alla prima ragazza dei miei contadini che si sposerà ”da brava”». E con queste parole voleva dire che non si fosse trovata in condizioni di affrettare le nozze. Luisa era la ragazza più anziana dei suoi contadini. Venuta a servizio nella sua villa, aveva subito simpatizzato con Mario il cameriere. La villa aveva un bellissimo giardino pieno di rose e di pergole ombrose e i due nei pomeriggi d’estate, mentre la vecchia padrona dormiva nella sua stanza, si ritrovavano sicuri di non essere visti da alcuno, ed amoreggiavano liberamente sull’erba in tepore piena di fiori, vigilati dal sorriso delle statue dei nani poste al centro delle aiuole. Quando incominciò l’autunno Luisa, già presa dagli effetti dei suoi amori col cameriere, fu costretta a lasciare il suo lavoro ed a ritornare a casa. Nausee, affanni e svenimenti la tormentavano e Marcellina, la sorella più giovane, era sempre pronta a sostenerla in modo da nascondere la cosa alla famiglia. Mario le voleva veramente bene e la sposò presto, ma le cinquecento lire di premio furono perdute. Luisa piangeva per questo e per la vergogna di quello che aveva fatto e che tutti oramai sapevano, e Marcellina la consolava dicendole: «Vedrai che io mi sposerò come si deve e, quando prenderò le cinquecento lire, non temere che te ne darò la metà».

Poco dopo anche Marcellina si mise ad amoreggiare con un contadino del paese ed era la primavera. Andava questo contadino, che si chiamava Attilio, a trovarla alla sera in bicicletta, ed ella lo aspettava sul cancello. Nel fare la strada la luna sorgeva rossa ad oriente e le siepi di acacie in fiore nereggiavano contro, si sentiva nell’aria persistere l’odore dolciastro dei fiori, le rane cantavano nei fossi, dai campi veniva il brusio di innumerevoli insetti: tutto l’universo, cielo e terra, influiva su di lui, sul suo sangue, e nella sua mente tumultuava il desiderio di Marcellina. Marcellina lo accoglieva timida e affettuosa, egli posava su di lei le sue mani forti che tutto il giorno avevano impugnato l’aratro o la zappa, e come smaniose d’un contatto più dolce scendevano verso i teneri fianchi di lei. E Marcellina subito gli disse che aveva da dirgli una cosa. «Dimmela pure», le disse. «Devi sapere», incominciò reclinando il capo sulla sua spalla per addolcirlo in previsione che si irritasse, e raccontò della promessa della sua padrona e come sua sorella fosse incorsa nella perdita del premio, ma non gli disse del patto che aveva fatto con Luisa. Cinquecento lire per Attilio, belle e pronte nel giorno delle nozze, non apparvero da buttar via e frenò il desiderio. Ma altre sere, quando dopo il grande caldo della giornata subentrava alle prime ombre una leggera brezza ed il suo corpo si temprava con un vigore inaspettato ed egli si trovava con Marcellina a passeggiare per una strada solitaria, dimenticava le cinquecento lire, la baciava sul collo e sulla bocca, fino a quando ella si scuoteva e come ridestandosi da un sogno gli gridava con un fremito di paura: «Attilio, le cinquecento lire». Tante e tante sere nell’attimo più dolce dell’amore queste parole risuonarono odiose, taglienti, asprissime, e Attilio malediva quelle cinquecento lire, eppure non sapeva liberarsi dalla tentazione di arrivare a prenderle, tanto gli apparivano utili: cinquecento lire, così una sull’altra e tutte in una volta, per lui che ad averne solo cinque da suo padre qualche festa era un avvenimento raro.

Due anni che egli fece all’amore con Marcellina, furono sempre ad ogni incontro serale flagellati da quest’incubo. A volte egli, se non fossero stati i pianti di lei, avrebbe anche rinunziato. Nervoso e seccato da questo amoreggiare sempre in allarme, decise di sposarsi il più presto possibile e così non se ne sarebbe parlato più ed egli avrebbe avuto le cinquecento lire ed il godimento completo del suo amore.

Banconote da 100 Lire – Capranesi, 1931

Avvicinandosi il giorno delle nozze Marcellina si presentò dalla vecchia padrona per dargliene l’annuncio e si sentì dire che sapeva che si sposava «da brava» e così si sarebbe meritata il premio promesso, ma i tempi erano mutati, il denaro aveva altro valore e invece di cinquecento non avrebbe potuto dargliene che quattrocento. Quattrocento per Marcellina erano ugualmente un bel numero e sul primo momento non diede grande peso alla differenza, tanto più che se le vide contare sotto gli occhi, e ringraziò con commozione la padrona. Ritornò a casa e non disse niente ad Attilio che con suo fratello e col compare stava preparando il granaio per il banchetto adornandolo di frasche e di bandierine. Fu egli che le chiese se la padrona le aveva dato il denaro ed ella gli disse che glielo avrebbe dato dopo le nozze, non cinquecento, ma cento di meno e tentò di spiegargli il perché, ma poco riesci e poco egli subito volle intendere, preso da un impeto di rabbia che per un attimo se ne sarebbe scappato rinunciando alle nozze. Cento lire di meno volevano dire per lui cento sere d’amore rovinate, ma il pensiero del banchetto, con la grande mangiata e la grande bevuta, gli tolse il fastidio e gli spense le imprecazioni contro i padroni che hanno sempre ragione loro, mentre il contadino deve sempre accontentarsi di quello che gli capita. Ad averlo visto arrabbiarsi così, Marcellina non sapeva come fare a dovergli dire il peggio, e cioè che metà di quei denari ella li aveva promessi a sua sorella, e ne rimase angustiata.

Venne il giorno delle nozze e tra i tanti parenti invitati vi furono anche sua sorella col marito Mario. Mario, nato contadino, fin da giovane aveva fatto il servitore presso la ricca padrona. Biondo e snello, presi ad indossare gli abiti che la padrona gli dava, si sentiva tramutare in qualcosa di diverso. I guanti bianchi che portava quando serviva in tavola, la giubbetta di tela a righe per le ore di riposo, e addirittura il vestito nero con lo sparato bianco inamidato per i pranzi di grande occasione lo avevano convinto d’essere oramai non solo non più un contadino, ma qualcosa di assai prossimo ai signori che avvicinava nel suo servizio. E come potè avere un po’ di denaro messo da parte pensò subito di aprire un’osteria, dove egli sarebbe stato libero e padrone. Aveva egli accolto l’invito di partecipare alle nozze di Attilio più per far vedere quello che era diventato, che per il piacere di trovarsi insieme a questa gente contadina dalla quale aveva avuto origine. Ed era venuto con la moglie Luisa, vestito, lui, con l’abito nero e lo sparato bianco inamidato che la vecchia padrona gli aveva regalato. Durante il banchetto egli non aveva fatto che fumare e se mangiava, mangiava così poco e con tale esagerata compostezza che rendeva incerti se imitarlo i suoi vicini. Il fratello di Marcellina aveva organizzato per far onore alle nozze tutta una serie di piccoli scherzi e di scenette sostenuti dai bambini, con recitazioni di poesiole da lui stesso adattate e col canto di canzonette. Attilio sorrideva e beveva arrossendo di soddisfazione ogni volta che nelle poesie o nelle canzonette sentiva accoppiare il suo nome a quello di Marcellina. Mario invece, ricordando i banchetti alla villa della padrona quando venivano conti e contesse, baroni e baronesse ed egli indossava quello stesso abito nero e gli sembrava che tutti lo guardassero con ammirazione, accennava a rapidi sbadigli. E non attese la fine del banchetto dicendo che aveva affari urgenti da sbrigare e, fatto cenno alla moglie, se ne andò sul momento più bello quando tutti cominciavano a sentirsi felici per il buon vino e per il buon cibo. Nell’abbracciare sua sorella, Marcellina le disse che non si era scordata della promessa fatta, che aveva avuto i denari del premio dalla vecchia padrona, ma solo quattrocento lire delle quali le dava subito la metà. La sorella l’accolse con piacere ugualmente e ritornò ad abbracciarla con riconoscenza e si lasciarono.

Ora Marcellina si sentiva felice di avere compiuto il suo dovere verso la sorella. Ella soprattutto sentiva di doverle dare metà di questo premio per non figurare di approfittare della disgrazia di Luisa. Sentiva che non era bello godere di un beneficio destinato a sua sorella maggiore e che non le era toccato per uno smarrimento, che avrebbe potuto benissimo esserle successo anche a lei durante le sere di amore. Marcellina era felice, ma la sua felicità ella sentiva che non sarebbe durata molto, perché ad Attilio pur doveva dire ogni cosa ed era sicura che sarebbe andato su tutte le furie. E attese la notte sicura che egli si sarebbe adirato meno. Di fatti quando furono soli, ella gli disse che aveva avuto le quattrocento lire dalla padrona, ma che doveva dirgli una cosa che era sicura doveva farlo arrabbiare. Attilio le chiese subito se le aveva perdute o se gliele avevano rubate. «No», ella gli disse, «ma avevo fatto una promessa». Attilio si fece curioso. «Che promessa?», e Marcellina col fiato sospeso raccontò come aveva dovuto darne la metà a sua sorella. Attilio non disse niente, si volse dall’altra parte e prese sonno. Ma alla mattina svegliandosi che il sole era già alto la prima cosa che disse a Marcellina fu: «Hai fatto malissimo, perché a me non dovevi nascondere niente, e sempre dovrai confessare tutto quello che fai. Perché non mi hai detto fin da quando ti ho consciuto che avevi promesso la metà del premio a tua sorella? Per lusingarmi? Per servirti di me a beneficio di tua sorella, quella stupida. Ora prenderai anche le altre duecento lire e le porterai a tua sorella e le dirai che se crede di aver diritto sul tuo premio se lo tenga tutto o niente, ché noi non si ha bisogno di quel denaro. Hai capito e fila». Marcellina si mise a piangere silenziosamente e Attilio vestitosi in fretta scese a vedere il suo orto. Marcellina lo raggiunse mentre stava trapiantando l’insalata e piangendo lo supplicò di evitargli il dolore di andare da sua sorella, alla quale voleva tanto bene, a fare una parte simile.

Apicoltore,1932 (di Foto Fortepan, Wikimedia Commons)

«Va bene», disse Attilio, «allora ci penserò io». E ritiratosi nella stanza scrisse a Mario questa lettera: «Caro Mario, ieri Luisa ha ricevuto da Marcellina la metà di denaro del premio della padrona, ma dille pure che se vuole anche l’altra metà non fa altro che scrivermi due righe che ve la mandiamo subito, perché non voglio che la roba degli altri vada a consumo nostro. Accetto una tua risposta anche se fosse per male». Marcellina passò i giorni sempre lagrimando e Attilio attendeva impaziente la risposta di Mario, sicuro di averlo colpito nel vivo, lui che si dava tante arie da signore che non avesse bisogno di alcuno. E Mario rispose meravigliato che sua moglie avesse potuto accettare le duecento lire da Marcellina, che egli indicò con le parole «la tua signora» ; disse che egli non ne aveva saputo niente, che loro non avevano bisogno di duecento lire, che se egli avesse voluto avrebbe potuto trovare anche mille lire, quando gli fossero occorse; e gli rispediva il denaro imponendogli di non rimandarglielo più, perché sarebbe ritornato indietro di nuovo.

Attilio a vedersi rimandare le duecento lire, nel suo intimo fu contento e si sentì quasi pentito di aver scritto a Mario in un tono così seccato, tanto pentito che non si sentì per nulla offeso a sentir dare ironicamente della signora alla sua Marcellina. Intanto egli aveva le sue duecento lire e pensava di comperare con quel denaro due bei favi d’api, e che nel suo orto ci sarebbero stati benissimo. Mario invece nella sua ambizione di essere un signore e di non aver bisogno di nessuno e tanto meno di un contadino come Attilio, alla lettera di questi venendo a sapere come sua moglie si era degnata di prendere quelle duecento lire, si arrabbiò talmente con lei da non trattenersi da prenderla a pugni e dopo averla ben battuta lasciandola tutta piangente nel letto se ne uscì di casa, andò alla stazione, prese il treno e se ne andò nella città vicina a teatro e poi, trovata una donna di giro, passò la notte con essa. Continuò a vivere a questo modo per qualche tempo, lasciando che ella sfaticasse da sola in osteria, ed egli, andava in città a fare il signore, diceva. E se sua moglie si lagnava, la batteva senza pietà. Attilio intanto aveva già comperati i due favi e si divertiva nei momenti che il lavoro dei campi lo lasciavano libero a prenderne cura perché potessero dare il miglior raccolto.

Giovanni Comisso

Pubblicato sul n. 5 della rivista “Oggi” del 1 luglio 1939.

Immagine in evidenza: foto di Jennifer Murray da Pexels