Il Tesoro della Valturcana di Antonio G. Bortoluzzi_01

“Il Tesoro della Valturcana”: un racconto in 6 puntate di Antonio G. Bortoluzzi – Prima puntata

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Antonio G. Bortoluzzi ci racconta in sei puntate la misteriosa storia del tesoro della Valturcana, il luogo in cui è nato. Siamo negli anni Settanta tra i monti dell’Alpago, nelle Prealpi venete. Giacomo e Francesca sono vicini di casa e nell’estate dei loro tredici anni conoscono Fabrizio, un coetaneo arrivato in paese da Torino. La leggenda del tesoro dei turchi, che Giacomo conosce perché gli è stata raccontata da un una vecchia zia, li trascinerà in un’avventura indimenticabile che li porterà a salire un torrente impervio per comprendere chi sono davvero. Bortoluzzi, scrittore della montagna e della memoria, ci regala un racconto che intreccia la leggenda storica con la voce dei torrenti selvatici che risuonano del primo amore, un amore che può durare tutta la vita.

PRIMA PUNTATA

Non ho mai più avuto amici
come quelli che avevo a dodici anni.
Gesù, ma chi li ha?

dal film Stand By Me – Ricordo di un’estate di Rob Reiner
tratto dal racconto The Body di Stephen King

Stavo seduto sullo sgabello di legno e fissavo il pavimento grigio e unto della cucina. Era di cemento, con delle punzonature antiscivolo dei tempi della guerra.
– Al tesoro alé sepelì tel teržo scalìn de la Valturcana, in séci de ran. Nesùn l’ha mai trovà, fin adès – concluse zia Anna con gli occhietti infossati.
C’era una crepa scura che tagliava il pavimento della stanza e io la seguivo con lo sguardo, come fosse il torrente Valturcana e vedevo anse, scarpate, precipizi, sassi e acqua. Mia zia mi aveva raccontato un sacco di storie ma questa le batteva tutte. Me la sono fatta raccontare un’altra volta e lei ha ripreso, muovendo la bocca sdentata, come una macina per il granoturco, sugli elementi decisivi della storia: il tesoro è seppellito nel terzo scalino della Valturcana, in secchi di rame. Nessuno l’ha mai trovato, finora.
Dopo l’alluvione del 1966 io e la mia famiglia eravamo scesi a valle dove le strade erano abbastanza in piano e asfaltate, le case erano nuove, avevano le terrazze, i pavimenti di piastrelle e nelle camere da letto c’erano i parquet lucidi. Il bello era che il cesso era in una delle stanze, e non all’esterno come quando ero piccolo, e, quel posto, si chiamava stanza da bagno: aveva la vasca, che sembrava la vanùia, dove s’impastava la carne di vacca e maiale per fare i salami, e il bidet, che per un po’ d’anni nessuno sapeva bene se usare per lavarsi i piedi o chissà che altro.
La storia del tesoro mi è venuta in mente un giorno d’estate che non avevo da far fieno e i miei compagni delle scuole medie erano andati alla colonia marina del Cavallino. Ho raccontato la storia a Francesca, la mia vicina di casa. Non so perché, ma quell’estate cercavo sempre una scusa per andare da lei: a un certo punto del pomeriggio andavo a cercarla lasciando i soldatini a terra.
Il giorno in cui le ho parlato del tesoro, lei stava seduta su un gradino della scala di casa, aveva i capelli neri e un panino con la marmellata di prugne in mano.
Mi sono seduto al suo fianco, e mentre spostavo la ghiaia con la punta delle scarpe, le ho chiesto se avesse mai sentito parlare del tesoro della Valturcana.

– Un tesoro? – mi ha risposto lei.
– Secchi di rame pieni d’oro, sepolti nel terzo scalino – ho precisato.
– Tu la sai tutta la storia?
– Uhm, uhm – ho mormorato continuando a fare disegni con la punta delle scarpe sulla ghiaia.
– Chi conosce questa leggenda, oltre a te? – ha continuato lei.
– Mia zia Anna, ma quaggiù in paese, nessuno – ho risposto.
– Vieni con me – ha detto, salendo le scale.

L’ho seguita nella camera che divideva con la sorella maggiore. C’era qualcosa nell’aria, un profumo di ragazze lavate con un sapone speciale, forse era il sapone Camay, quella roba francese che mostravano al Carosello la sera. I genitori di Francesca erano a far fieno e sua sorella era via per tutta l’estate a lavorare come cameriera in un posto sulle Dolomiti che aveva un lago e tanti turisti pieni di schèi, soldi. Nella camera ombrosa, con le tende chiare che ondeggiavano, eravamo solo io e lei. Eravamo talmente soli che avevo paura qualcuno ci sorprendesse.
Francesca ha preso un quaderno rosso con una regione d’Italia in copertina, una penna e si è seduta sulla sponda del letto.

– Vieni qui e dimmi tutto quello che sai – mi ha detto con gli angoli della bocca sporchi di marmellata. Io volevo pulirglieli, ma non sapevo come fare. – Ti sei incantato?
– Hai la bocca… sporca – e ho indicato l’angolo destro della mia bocca. Lei si è pulita con un gesto rapido, con il dorso della mano.
– Dai, spara.
– Il tesoro è seppellito nel terzo scalino della Valturcana, in secchi di rame. Nessuno l’ha mai trovato, finora – ho detto io.

Francesca ha sfogliato il quaderno fino a una pagina bianca e ha cominciato a scrivere. Si è piegata sul quaderno, ha inclinato la testa e ha iniziato una specie di danza con la penna biro sul foglio. Mi è venuta voglia di sapere cosa c’era scritto sulle altre pagine, perché si capiva che non erano robe di scuola. Poi una domanda, perché uno scrive sul quaderno se non è costretto a farlo come compito a casa?

– E chi avrebbe sepolto il tesoro? – mi ha chiesto senza guardarmi.
– Eh, i barbari, no, aspetta, Attila… non mi ricordo più – ho confessato.
– I turchi? – mi ha chiesto lei.
Io ho rivisto il mento unto di mia zia Anna e la sua bocca senza denti e… – Sì, i turchi, proprio i turchi – ho detto tutto d’un fiato. – Ma allora la sapevi anche tu la storia.
– No. Ma vedi? Ho scritto valturcana, che diventa val turca, la valle dei turchi, credo – ha detto lei alzando gli occhi scuri.

Non ci avevo mai pensato. Avevo tredici anni e mi sono sentito un grande stupido. Anzi peggio, che fossi un turulù? Come lo si sentiva dire di qualche bambino? La caratteristica del turulù era che nessuno glielo andava a dire direttamente, e a me nessuno l’aveva mai detto. Come avevo fatto a non pensarci prima? Conoscevo questa storia da anni e mai che mi fosse venuto in mente che Valturcana era la valle dei turchi. Che mona! Forse il tesoro dei turchi esisteva davvero, come esisteva il nome che il torrente e la valle portavano.

– Secondo me il tesoro c’è davvero – ha detto Francesca. – Il problema è trovarlo. Che cosa sai ancora?
– I secchi sono attaccati a un filo di ferro. Ci deve essere un filo di ferro che sporge dal terreno.
Francesca ha scritto anche questo. Poi ha infilato la penna in bocca, ha staccato con i denti il cappuccio di plastica blu e ha cominciato a ciucciarlo dentro e fuori.
– Giacomo! – la voce di mia madre è entrata da lontano attraverso le finestre aperte, ha attraversato il tessuto vaporoso delle tende e mi ha fatto sobbalzare sul letto. Francesca mi ha guardato con il cappuccio umido, mezzo dentro e mezzo fuori.
– Porca vacca, mi tocca andare – ho detto.
– Uffa – ha risposto lei richiudendo il quaderno.
– Ciao.
– A domani.

Era la prima volta che Francesca mi diceva a domani.
Era davvero l’estate delle cose strane: lasciavo i soldatini per andare da lei a giocare a niente, avevo paura d’essere sorpreso in camera sua ad annusare il sapone Camay, forse ero un turulù e nessuno me lo aveva ancora detto, magari per non farmi stare male. Quella sera d’inizio agosto, con le finestre di casa aperte e il casino dei grilli che veniva dal prato appena falciato, ho fatto una cosa che non facevo da tanti mesi. Ho preso un volume dell’enciclopedia Europea e mi sono messo a leggere dei turchi, m’incuriosivano.
L’enciclopedia era arrivata a casa mia l’anno prima, per colpa della professoressa d’italiano con gli occhiali dalla montatura dorata. L’insegnante aveva fatto un sondaggio in classe su chi avesse l’enciclopedia, poi aveva scritto i nomi dei molti che non ce l’avevano e quindi promesso che sarebbe venuta a casa a trovarci.
Ebbi paura per diversi giorni e infatti la prof suonò alla porta un martedì pomeriggio che l’aria prometteva neve. Era accompagnata da un uomo tutto sorridente e con una valigetta. Prima di tutto bevvero il caffè che mia mamma si premurò di offrire loro con la gentilezza dovuta al parroco e al dottore. Poi la prof disse perché era lì: l’Europea. L’uomo sorridente tolse dalla valigetta il librone grigio e cominciò a parlare, come se la prof avesse schiacciato un pulsante.

– Questa copertina è di pelle. È lavabile. Questa è la migliore enciclopedia per il suo prezzo. La Motta? No, no. Tante belle figure, sì lo so, il corpo umano a strati… ma non ha sostanza. Questa è tutta un’altra cosa. Vediamo per esempio la voce Musica – e l’uomo-sorriso andò avanti per un bel po’.
Ogni tanto la prof annuiva. Anche mia madre assentiva, e a un certo punto, mi colse di sorpresa, perché mi fece una domanda davanti a tutti: – Giacomo, ma se noi compriamo questa benedetta enciclopedia, tu poi la leggi?
Io, ipnotizzato dagli occhi del venditore che dicevano sì-sì; dal mento della prof che assentiva; dai venti minuti precedenti, annuii.
– Allora faremo anche ‘sto sacrificio, sì. Basta che tu la leggi, vero Giacomo? Perché costa mesi interi dello stipendio di tuo papà – disse mia madre.

Quando arrivarono i primi sei volumi mi chiesi come potesse un essere umano leggere un’enciclopedia. Come poteva farlo davvero?
I primi giorni la sfogliai con impegno: osservavo le foto grigie e piccole, ai lati di pagine fitte di parole come fili d’erba in un prato. Mi ero impegnato a leggerla tutta, ma era come se m’avessero chiesto di falciare un prato sterminato strappando i fili d’erba a uno a uno con le dita. Poi pensai a mio padre sui ponteggi che lavorava con malta e mattoni: lui partiva alle sei di mattina e tornava alle sette di sera con un pulmino grigio che aveva i sedili impolverati. Era stanco, nervoso e fumava delle sigarette in pacchetti rossi, che si chiamavano Super, come il padre del mio compagno di classe Gino, che un brutto giorno cadde dal ponteggio ed era mòrt séc, morto sul colpo, così dissero a scuola.
Credo che a un certo punto mia madre si sia dimenticata della mia promessa di leggere tutta l’enciclopedia e così smisi di sfogliarla.

– Cosa fai, Giacomo? – mi ha chiesto mia madre quella sera d’estate in cui succedevano cose strane e io volevo sapere dei turchi.
– Studio.
– Ah sì? – ha detto lei.
Dalla cucina, l’ho sentita dire a mio padre che avevo un volume dell’enciclopedia in mano, e non avevo ricerche di scuola da fare.
– Pensa se avesse voglia di studiare, potrebbe fare il perito, o perfino il geometra – ha detto a mio padre.
Ero intanto arrivato a turchi, che mi rimandava all’ottomano, impero, vedi anche Venezia, Repubblica Marinara di.

Una cosa era certa, nell’enciclopedia non si parlava della Valturcana. Si diceva che i turchi, al culmine del loro splendore, erano arrivati fino in Jugoslavia e avevano combattuto per cento anni contro i veneziani.
Ormai mi bruciavano gli occhi e ho chiuso il librone. Quella sera mi sono addormentato pensando a che cosa sapessi dei turchi. Io sapevo che uno bestemmia come un turco, che uno fuma come un turco: quindi i turchi hanno tesori, fumano e bestemmiano. Ce l’hanno a morte con i veneziani. Però anche mio nonno ce l’aveva con i veneziani che venivano a far tabula rasa dei funghi in montagna.

***

Il mattino successivo, conoscevo tante cose sui turchi, il brutto di sapere tante cose è che devi dirle a qualcuno. È come quando ti scappa la pipì, devi farla, ma devi trovare il posto giusto. Sono andato a cercare Francesca, ma lei non c’era, era andata dalla cugina. Come trattenermi fino al pomeriggio quando sarebbe tornata? Ho pensato di scrivere le cose che sapevo, ma l’ho pensato solamente perché ho visto, nel cortile della casa vicina, un ragazzino che non avevo mai visto. Erano anni che non vedevo uno sconosciuto. Conoscevo tutti in paese, anche quelli che non erano ancora nati, come Omar-Enrica, la creatura che la signora Elide portava nella pancia, e non si sapeva se era maschio o femmina, ma i nomi erano già pronti.
Lo sconosciuto doveva essere più grande di me. Aveva un testone enorme di capelli ricci, e un’altra cosa: le scarpe da ginnastica rosse. Non è che non avessi mai visto delle scarpe da ginnastica, anch’io le avevo, ma le usavo solo due ore alla settimana, in palestra. Mi sarebbe piaciuto portarle sempre, ma mia madre mi aveva detto che mi dovevano durare almeno per i tre anni delle medie, e che se le rompevo avrei fatto ginnastica con gli scarponcini. Il ricciuto mi dava le spalle e io lo guardavo immobile.
Si è voltato e ha detto ciao, sorridendo. Io mi sono girato pensando che salutasse qualcuno dietro di me, forse la mamma di Francesca, invece ero solo sotto il melo.

– Ciao – ho risposto e mi sono chiesto perché sorridesse.
– Io mi chiamo Fabrizio e tu?
– Giacomo – ho mormorato.
– Che fai di bello, Giacomo?
Ho pensato al tesoro dei turchi, ai soldatini e a Francesca.
– Niente – ho risposto.
– Vuoi che ti faccia vedere una cosa?
Ho fatto segno di sì.
– Aspettami là.
Antonio G. Bortoluzzi

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“Il Tesoro della Valturcana”: un racconto in 6 puntate di Antonio G. Bortoluzzi
editing Bruna Graziani
grafica Sabrina Girardin
in collaborazione con l’Associazione Amici di Giovanni Comisso

Antonio G. Bortoluzzi è nato nel 1965 in Valturcana, Alpago (BL). I suoi romanzi sono pubblicati da Ed. Biblioteca dell’Immagine, Marsilio, Marsilio Arte, UE Feltrinelli. Ha vinto numerosi premi letterari tra cui il Gambrinus-Mazzotti sezione Montagna e civiltà, e il Premio Latisana per il Nordest, Giuria dei lettori; è docente di scrittura e membro accademico del Gruppo italiano scrittori di montagna (Gism), suoi articoli sono pubblicati su riviste nazionali e sulle pagine culturali dei quotidiani del Nordest.
antoniogbortoluzzi.it

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